Il Tirreno

Il teatro si scopre troppo grande per avere un futuro

Le dimensioni, nodo da sciogliere: come riempire la sala? Idee a confronto nel dibattito organizzato da Opificio

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CASTIGLIONCELLO. Il pubblico. Nel dibattito interessante che si è venuto articolando il pomeriggio di sabato scorso a Villa Celestina, promosso da Opificio, sul tema “il teatro Solvay”, non si è mai sentito pronunciare la parola “pubblico”. Un silenzio assordante intorno al vero protagonista dell'operare sul versante degli obiettivi che un qualsiasi teatro da sempre si pone. Anche la schermaglia iniziale tra Marco Leone, esponete del forum intercomunale sul teatro, e il sindaco Alessandro Franchi sul decretare se la sala Solvay è da considerarsi “aperta” o “chiusa”, scontava questa dimenticanza: dov'è il pubblico del Solvay? E'possibile recuperarlo con la sala? Perché l'abbiamo nel tempo perduto e come possiamo riavvicinarlo?

Peraltro anche la proposta di Opificio, che vuole spaziare dal recupero del Solvay alla tipologia della Fondazione Armunia con la scontata offerta dell'intesa pubblico-privato, nella sua analisi del pregresso salta del tutto la vicenda di quello che Giacomo Luppichini, alla testa di un comitato cittadino per la riconquista del Solvay, ha definito come “fallimento di Armunia”sul versante del raccordo zonale dei teatri per un potenziamento dell'offerta al pubblico della Valdicecina. E il fallimento comincia proprio a metà del primo decennio 2000 quando la caduta verticale degli abbonati e del pubblico al Solvay provocò l'evidente disaffezione della società Solvay fino a quel momento parte integrante dell'associazione Armunia con la partecipazione al Consiglio d'amministrazione e con la piena disponibilità della sala. Disaffezione a cui seguirono poco alla volta il defilarsi dei Comuni e anche della Solvay, lasciando in Armunia solo il Comune rosignanese. «Oggi – dice Luppichini – c'è un rapporto malato tra Comune e Solvay e si deve procedere per un riappropriazione collettiva del teatro, anche perché i dipendenti nel tempo se lo sono già pagato in molteplici forme».

Mentre il sindaco sembra limitare l'accesso al teatro Solvay in termini minimali (la stagione teatrale si fa dentro il castello Pasquini, mentre si può accogliere la gestione del Solvay unicamente col mantenimento delle attività culturali che già ci sono e per le necessità delle scuole) la responsabile del Pd provinciale per la cultura, Chiara Di Cesare, parla di “un luogo che può offrire diverse possibilità di crescita, anche per giovani menti” e propone che si vada ad un'ampia consultazione nelle scuole onde “promuovere il discorso teatrale e culturale”. Ma Mario Nocchi dell’Uisp avverte: «Attenzione al rischio doppioni. Il vero centro culturale con le diverse opzioni non può essere il Solvay, ma la biblioteca ormai al varo». E tuttavia il regista Alessio Pizzech manifesta perplessità sul ripristino della sala che definisce “una follia e un'utopia”. Insomma a suo dire si tratterebbe di una scelta "antieconomica" perché la sala con 600 posti sarebbe sovradimensionata per Rosignano. Opinione che Leone, l'altro regista in campo, non condivide perché prospetta invece un “progetto di lunga gittata”: strategia di livello europeo, grande scuola dentro la sala, occupazione permanente di vari soggetti territoriali. Argomento che riprende Luppichini in termini di “vertenza da aprire con Solvay con un punto di riferimento come minimo regionale se non europeo”.

In un quadro del genere, quale ruolo per le associazioni dentro al Solvay? Resteranno o se ne dovranno andare, magari nella nuova biblioteca? Gaia Vivaldi dell'Opificio fa il punto della situazione: è vero che convivono nel teatro da tempo almeno 6 associazioni che svolgono importante ruolo culturale, ma che col teatro in senso stretto hanno poco a che vedere. «Finora – puntualizza – il dialogo con Solvay è mancato e quindi c'è un vuoto da colmare con un progetto complessivo che risolva anche la questione della permanenza o meno delle associazioni». E Solvay dov'era? Un comunicato del direttore, Davide Papavero, giustifica l'assenza: “impegni pregressi” all'estero.

Carlo Rotelli

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