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Pensioni, meno soldi per i lavoratori precoci
Sono esclusi dal conteggio dei contributi i periodi di cassa integrazione e mobilità Non valgono neppure permessi e aspettative: decine i casi in Bassa Val di Cecina
CECINA. Andare subito ma con meno soldi. Oppure aspettare qualche tempo e prendere l'assegno pieno. È questo il dilemma in cui si stanno arrovellando i cosiddetti "lavoratori precoci", gente che a 15-16 anni aveva già un impiego e che ora, alla soglia dei 60, comincia ad accarezzare il sogno di andare in pensione, forte di almeno 42 anni (41 per le donne) di contributi. Possono farlo fino al 2017: da lì in avanti, infatti, la riforma Fornero impone di aver raggiunto almeno i 62 anni, per non incorrere in decurtazioni del trattamento. Pericolo scampato? Niente affatto. Perché nelle pieghe della legge si annida la beffa per gli aspiranti pensionati precoci. La norma, infatti, prevede che nel conteggio dei contributi debbano essere esclusi i periodi di maternità facoltativa, di cassa integrazione straordinaria o in deroga, e la mobilità. Non solo, anche i giorni presi per donare il sangue o per assistere un familiare disabile non fanno “cumulo”. Quindi, o ci si accontenta di un assegno più leggero (la decurtazione dipende dall’età e dai periodi esclusi dal conteggio) o si rimanda l’appuntamento con la pensione.
I numeri dell’incertezza. 10, 40, 100, 150, ecc. Nessuno è in grado di dire quanti siano in Bassa Val di Cecina i lavoratori precoci (coloro che hanno almeno un anno di versamenti assicurativi obbligatori prima del compimento dei 19 anni di età). Né l’Inps, né i sindacati hanno un conteggio preciso. «Nelle realtà in cui non ci sono grandi aziende – spiega Enrico Pedini, segretario dello Spi-Cgil Provincia di Livorno – i casi del genere sono polverizzati tra tante piccole imprese ed è difficile dare dei numeri. Di sicuro sono almeno qualche decina. La cosa paradossale – prosegue Pedini – è che due lavoratori precoci con la stessa anzianità contributiva avranno un trattamento diverso da parte dell’Inps, solo perché uno ha preso dei giorni per donare il sangue, per assistere un parente disabile o perché l’azienda lo ha messo in cassa integrazione straordinaria». Anche al patronato Inca-Cgil non sono in grado di fornire cifre esatte: «I casi di cui siamo a conoscenza non sono moltissimi – spiega Sergio Bavone, del patronato Inca – Di sicuro, però, ce ne ritroveremo altri più avanti, visto che il problema del riconoscimento di questi periodi riguarda anche i lavoratori che andranno in pensione nei prossimi anni».
Il nodo delle penalizzazioni. La casistica delle tipologie di permessi che non "fanno cumulo" (o meglio, non negano l'accesso al "ritiro" ma corrodono il trattamento pensionistico integrale) è, come detto, ampia: l'astensione facoltativa per maternità, i periodi di mobilità, la cassa integrazione straordinaria o in deroga, la disoccupazione, i permessi ex lege n.104/1992 per l'assistenza ai familiari disabili gravi, l'astensione dal lavoro per donazione di sangue e di emocomponenti, le giornate di sciopero, le aspettative senza assegni a qualsiasi titolo.
Gli esempi. Supponiamo che il dipendente di un’azienda privata negli ultimi 10 anni si sia preso cura del padre non autosufficiente: ogni anno è stato a casa 36 giorni, in 10 anni sono 360 giornate; se domani avesse i requisiti per andare in pensione anticipata, gli mancherebbe un anno di lavoro, a meno che non voglia rinunciare all’integrità dell’assegno. Altro caso: una persona che, dall'età di 18 anni, dona il sangue 4 volte l'anno, sarà costretta a recuperare circa 160 giorni di permessi dal lavoro. Altrimenti potrà andare in pensione penalizzato: con l’1% annuo di riduzione per i primi due anni mancanti al raggiungimento dei 62 anni e il 2% per gli ulteriori anni mancanti ai 62 anni.
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