Il Tirreno

I trent’anni del Duomo «La strage dei migranti ci impedisce di gioire»

I trent’anni del Duomo «La strage dei migranti ci impedisce di gioire»

Don Marco: «Giornata di festa all’insegna della sobrietà, che ricorda la trasformazione di Cecina da paese in città»

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CECINA. Il Duomo compie trent'anni e don Marco Fabbri nel commentare la festa della sua comunità religiosa mostra una qualche soddisfazione per il contributo che la parrocchia ha fornito nel passaggio del paese a città. «In fin dei conti - chiarisce - Cecina era un piccolo paese che nel tempo è cresciuto fino ad assumere la dimensione della città. Trent'anni fa il riconoscimento implicito nel passaggio da semplice chiesa a duomo segna questa importante crescita della comunità locale». E così il popolo cristiano è una parte importante della vita sociale nello sviluppo della città.

Il parroco è convinto del significato positivo della comunità religiosa che lo stesso edificio del duomo rappresenta come simbolo, ma soprattutto tiene a esprimere il valore delle presenze umane che operano nei vari aspetti specifici della vita di fede. «Sarà una festa sobria - precisa - anche perché la tragedia dei migranti a Lampedusa ci impedisce di gioire compiutamente. Nondimeno la sobrietà a cui ci invita lo stesso papa Francesco è oggi un necessario stile di vita utile come invito anche ai mondi laici». Peraltro Fabbri esprime anche un apprezzamento convinto alle locali istituzioni con cui è «importante continuare dialogo e intese» per il riconoscimento espresso in questa occasione. Targa sulla piazza e partecipazione alla festa.

Un'occasione peraltro per alcune considerazioni e riflessioni sul presente e sul futuro della comunità di fede. «Sono arrivate le suore oblate - dice Fabbri - un gruppo di tre unità che potenziano il servizio parrocchiale. Ma è da sottolineare in particolare le visite infermieristiche che queste suore faranno . Gli infermi hanno bisogno di uscire dalla loro solitudine e il servizio di conforto religioso si unisce all'attenzione fraterna verso chi ha bisogno». Una presenza settimanale che le suore svolgeranno presso le abitazioni dove vivono gli infermi. Un contributo quello delle "oblate" che potenzia un servizio che le altre suore "teresine" già svolgono anche in San Pietro in Palazzi e presso lo Iacopini.

Dunque ci sarà anche il sindaco alla festa? «Certo, ed è importante che la realtà delle istituzioni riconosca l'apporto importante dei servizi sociali che la comunità dei cristiani va a compiere». In fin dei conti la chiesa stessa dedicata a suo tempo sia a Giuseppe che a Leopoldo sanciva questo rapporto tra comunità di fede e istituzioni. Perché? «È noto - precisa don Marco - che la figura di Leopoldo fu indicata dai Lorena a suo tempo per unire un santo caro ai cittadini locali come Giuseppe con uno più noto nelle comunità d'oltralpe, come Leopoldo, principe austriaco e un laico, padre di 18 figli». Sorride don Marco quando parla del frammento osseo del santo fatto pervenire recentemente a Cecina dall'Austria e riposto in una teca a disposizione della devozione dei fedeli.

«Resta questo rapporto con comunità lontane nella geografia, ma vicine nella stessa sensibilità religiosa». Un commento poi specifico al ruolo della "scuola del duomo"in questo momento. «Abbiamo iniziato nel convincimento che un "contributo alla conoscenza di Gesù" fosse decisivo per chi pensa la fede come un "incontro con la persona di Gesù». I risultati sembrano confortare quell'impegno perché da un inizio di 25 adesioni si è pervenuti ad oltre 90 presenze: «Un interesse crescente per un'esperienza aperta a tutti, anche per chi si trova ai margini o addirittura distante dai temi della fede». Apertura al dialogo e al rapporto fraterno, dice don Marco, ma anche impegno ad approfondire le ragioni di una scelta per i catechisti, gli educatori, gli animatori liturgici, gli operatori in ambito caritativo, i membri delle associazioni cattoliche. Carlo Rotelli

©RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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