Il Tirreno

Pronto soccorso lumaca: «Troppa attesa»

di Matteo Baccellini
Pronto soccorso lumaca: «Troppa attesa»

L’odissea dei feriti della domenica: otto ore per una radiografia o per alcuni punti al gomito. Una fila interminabile

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CECINA. La ressa è di quelle da grande evento. Solo che anziché attendere uno spettacolo, la fila è per farsi visitare. Cosa vuoi, in fondo è la domenica prima del Ferragosto nel Pronto soccorso che raccoglie tutti i villeggianti della costa degli Etruschi. Da Donoratico fino a Rosignano passano tutti da qui. Senza dimenticare i residenti.

Quasi una cinquantina di persone all’interno della struttura: un’altra ventina di loro sta fuori, nelle prime ore di un pomeriggio caldissimo. Qualcuno è il semplice accompagnatore, per fortuna. Eppure l’attesa è simile a un’odissea. «Siamo qui dalle 9,15 di stamani, guardate che ore sono (le 16,15, ndr)- dice stizzito un signore empolese, Marzio Bertini - Sono passate sette ore e mia moglie ancora non è stata visitata. Si è svegliata con un problema ad un occhio, allo sportello ci hanno assegnato il codice verde (il più grave dopo il rosso è il giallo, a seguire verde, azzurro e bianco) poi ci sono passate avanti tantissime persone. Soprattutto bambini feriti: per carità, i piccoli hanno la precedenza, però con mia moglie stiamo aspettando davvero troppo. Così non va proprio bene».

Uno sguardo dentro alla sala di attesa: mamme col pancione, bambini caduti giocando, anziani con gomiti o stinchi fasciati. La giornata di mare, il gran caldo, l’afflusso di turisti hanno complicato la giornata lavorativa di medici e infermieri. «Nessuno mette in dubbio la loro buona volontà - dice una signora fiorentina - sicuramente non riescono a tamponare tutte le emergenze. Ma da noi le cose al Cto vanno diversamente. C’è uno sportello per le maternità, uno per i bambini e una per le urgenze. E così la fila scorre meglio». Suo marito attende una radiografia da sei ore. «Per ora nessuna risposta, diciamo che ho passato domeniche più divertenti». Prova a buttarla sull’ironico, anche se ne ha poca voglia.

E quando aspetti per una lastra alla caviglia più di sette ore non hai la forza di accettare di buon grado il meccanismo di code che saltano, urgenze che hanno la legittima precedenza. È il caso di Federico Vensi, di Fucecchio. Ti guarda seduto su una sedia a rotelle dopo un’incidente in spiaggia. «È una situazione assurda - lo dice con l’aria quasi rassegnata - io non so se il personale sia carente o se manchi un po’ di organizzazione. So che ho una caviglia gonfia come un melone. Sono quasi le 17, sono qui dalle 10 e ancora non mi hanno visitato. C’è tanta gente, lo vedo. Sicuramente c’è chi sta peggio di me, sono arrivate alcune ambulanze a sirene spiegate...Ma non si potrebbe fare un po’ prima anche per le situazioni meno serie?».

In mezzo agli scontenti della domenica, c’è chi non si lamenta affatto. Anzi, ringrazia la solerzia del 118. Giovanni (niente cognome, per favore, dice), anche lui fiorentino in villeggiatura, ha dovuto affrontare l’emergenza della moglie con una colica renale. «Niente da dire, di domenica mattina in 10 minuti è arrivata l’ambulanza a casa mia, mia moglie l’hanno portata qui e subito visitata. Adesso sta meglio e tra poco conto di riportarla a casa».

Lo dice mentre esce dal Pronto Soccorso un ragazzino con alcune escoriazioni a una gamba. E dietro una donna con una fasciatura al polso. «Mi sono giocata la vacanza», dice la donna. Poca voglia di parlare.

È andata peggio alla giovane Romina: ha accompagnato la nonna a Cecina con una sospetta frattura del braccio destro. Le sono servite quattro ore per la diagnosi. «Ma a un certo punto l’avevo persa. Dopo due ore l’ho ritrovata dentro il reparto, seduta su una panca. Attendeva la radiografia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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