Il Tirreno

«Una parola al giorno, per sopravvivere»

«Una parola al giorno, per sopravvivere»

La fuga di Adil Yalcin, drammaturgo scappato dal Kurdistan a bordo di una “nave della speranza” che adesso vive a Vada

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Intervista raccolta da Giusy Giarrusso e Teresa de Martin, il 16 aprile scorso a Vada

Adil, tu vieni dal Kurdistan?

«Sono nato a Mardin, che è una città molto antica, è la terza città più antica del mondo. Mi sono trasferito in Turchia per motivi di sicurezza perché c'era la guerra in Kurdistan, studiavo teatro e cinema, però la lingua curda era vietata in Turchia, ho studiato il turco per forza ma di nascosto anche il curdo, magari quando si trovava un posto segreto con amici, con insegnanti che davano una mano si cercava di insegnare anche il curdo».

E poi cosa è successo?

«Mi sono messo a scrivere sceneggiature sulla storia del Kurdistan, il governo militare e i poliziotti mi hanno intimato di non scrivere o non fare spettacoli teatrali sul Kurdistan, per anni è continuato così, loro mi minacciavano, finché mi hanno arrestato un paio di volte e insistevano che non facessi questi lavori, una legge turca lo vieta, così sono stato torturato».

Ad un certo punto hai deciso di partire?

«Sì, una mattina alle 5, con una nave turca da una città vicino ad Istanbul. Eravamo 420, siamo rimasti 9 giorni sulla nave senza ricevere cibo e acqua. Ci era stato detto che era una nave da viaggio, dove c'era tutto per i passeggeri, ci siamo trovati alle 5 su una nave merci dove non c'era niente. Avevamo pagato 10.000 marchi a testa ad un'organizzazione che lavorava per il governo turco».

Cos'è successo durante il viaggio?

«Ci avevano detto che dopo 3 giorni saremmo arrivati in Italia, invece ci fermammo, c'era la luce e si vedeva che era un'isola, io avevo un cellulare che pensavo non funzionasse fuori dalla Turchia, invece vidi che eravamo in Grecia mentre i capitani annunciavano che eravamo arrivati a destinazione, in Italia. Andai dal capitano, gli chiesi dove eravamo e lui confermò in Italia, gli dissi che eravamo in Grecia e che l'avrei detto a tutti, divenne rosso, chiesi di puntare davvero all'Italia».

Così arrivaste dopo quel passaggio in Grecia?

«Ripartimmo ma ci mandarono addosso un gruppo mafioso albanese che fermò la nostra nave: salirono in sette, spararono per fortuna senza uccidere nessuno, levarono a tutti oro, braccialetti, collane, soldi, tutto quello che la gente aveva, perché era la notte di capodanno del '98, loro volevano festeggiare, noi non si sapeva nemmeno che giorno era, c'era fra noi un'aria di tragedia. Quando gli albanesi furono scesi giù sulla barca ritirai la scala, loro spararono ma ero protetto dal ferro della nave».

Com'è stato l'approdo in Italia?

«I capitani avevano paura di arrivare in Italia e sono scappati, uno di loro aveva programmato sul computer l'indicazione "Italia", ma noi non si sapeva dove, scoprimmo dopo di aver puntato Taranto. Quando fummo vicino alla costa arrivarono gli elicotteri a intimarci di fermarci ma nessuno sapeva farlo e poi nessuno parlava italiano. Quando mancavano 100-200 metri dalla spiaggia abbiamo allungato una scala e uno della guardia è venuto su e sapendo guidare la nave l'ha portata al porto».

Come hai fatto a resistere nel campo di detenzione?

«Mi sono detto che ogni giorno dovevo imparare una parola, che se stavo in Italia dovevo sapere subito l'italiano. Nel campo di detenzione scrivevo su un foglio una parola al giorno, alla fine del primo mese avevo imparato 45 parole, al secondo erano 100, al terzo superavo le 300 parole, riuscivo ad andare a mangiare, a stare in giro, a comprare il biglietto. Parlavo con gli italiani, sapevo che se non le avessi esercitate le avrei perse».

E ora che farai?

«Sto bene in Italia, ma certo io voglio tornare in Kurdistan. Se vedessi che i bambini possono parlare liberamente, andare a scuola liberamente, usare la loro cultura liberamente, vestirsi come vogliono e parlare la loro lingua - tutte cose che oggi sono vietate - in quel momento non chiedo più nulla, posso morire in pace».

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