Il Tirreno

La crisi e le banche locali «Più selettivi per i prestiti»

di Andrea Rocchi

Convegno della Bcc di Castagneto, il credito cooperativo meno colpito Mannari: «Nel 2011 più 15% nella raccolta, più 10% di risorse impegnate»

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BIBBONA. La crisi pesa sul sistema finanziario, ma il credito cooperativo resiste e- anche nell’anno orribile - fa registrare segni positivi. «Nel 2011 quando in provincia si è registrato un calo della raccolta del 1% - dice Fabrizio Mannari, direttore generale della banca di Credito Cooperativo di Castagneto - il nostro istituto ha raccolto un più 15% e un 10% è stato impiegato e distribuito».

Numeri che strappano un sorriso, anche se la situazione diventa ogni giorno più critica. Un quadro a tinte fosche, con spiragli di luce per il credito locale, che è emerso dal convegno di ieri all’hotel Marinetta di Bibbona intitolato «La banca locale tra crisi e recissione», organizzato dalla Bcc di Castagneto a cui hanno partecipato dipendenti dell’istituto ma anche rappresentanti del mondo dell’impresa e dell’associazionismo locale. Prezioso il contributo offerto da tre economisti chiamati ad illustrare la situazione di crisi in cui versa il nostro Paese e gli altri stati «meridionali» di Eurolandia. Paolo Onofri, ordinario di politica economica all’Università di Bologna, ha cercato di rispondere all’interrogativo che tutti, più o meno, si pongono: quando finiranno crisi e recessione? «Questa è una crisi da eccesso di debito - ha spiegato il professore - e il problema, oggi, che manca in Europa una politica fiscale comune». «Da qui al 2020 credo che la crisi ci accompagnerà, anche se non sarà così forte come oggi. Dalla recessione dovremmo uscire nel 2013». Come si comportano le banche nel periodo della crisi? Ha risposto Lorenzo Gai, professore di economia dell’Università ddi Firenze. «Più che di credit crunch parlerei di deposit crunch - ha detto Gai riferendosi ai problemi di raccolta che hanno i principali istituti bancari - nel senso che con la crisi si è ridotto il tasso di risparmio delle famiglie». Spiegando che alla base della crisi ci sono varie cause tra cui «la cartolarizzazione, ovvero l’impacchettamento e la cessione di debiti». Col risultato di una richiesta di liquidità alla Bce che è in crescita.Cionostante - ricordava ieri il docente fiorentini - il credito cooperativo risente meno dei grandi gruppi della crisi.

Concetto, quest’ultimo, che è stato ripreso da Pietro Alessandrini, economista dell’Università di Ancona che si è soffermato sul ruolo della banca locale di fronte alla crisi. Oggi gli istituti di credito locali - ha spiegato Alessandrini - sono maggiormente in grado di gestire «informazioni soft», avere cioè l’orecchio teso verso il territorio e i suoi bisogni. I numeri, del resto, premiano le piccole banche. «Un terzo delle piccole e medie imprese italiane - dice Alessandrini - è cliente di bance popolari o di credito cooperativo». A chi pensava che il «too small to survive» (troppo piccole per sopravvivere) segnasse il destino delle banchine replicano i numeri: 412 bbc, 4411 sportelli, oltre un milione di soci (in crescita), 31.804 dipendenti (anch’essi in crescita). Certo i problemi non mancano: dalla difficoltà a emettere obbligazioni al rischio di esporsi in settori critici come l’edilizia e l’immobiliare (dove si concentrano il 35% degli interventi». Alla fine Mannari chiude: «Certo, è finito il tempo di dire sempre sì. Ma non per questo vogliamo interrompere il credito verso le imprese del territorio». Insomma, nei tempi di crisi la «banchina» dovrà giocoforza essere più selettiva.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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