Il Tirreno

Galilei, il mio lavoro con chi fa fatica: scuola come cantiere

Gabriele Bibbiani
Galilei, il mio lavoro con chi fa fatica: scuola come cantiere

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CECINA. Si parla tanto della scuola per i tagli, le proteste, il precariato, la crisi dell'istruzione. Abbiamo voluto conoscere com'è la scuola dal punto d'osservazione di chi vi ha vissuto una vita: il prof. Giorgio Francesconi, insegnante, vice-preside della scuola media "G. Galilei", in pensione dopo un lungo periodo di impegno professionale e sociale. forme».  

Cosa le è piaciuto di più e cosa di meno nel mondo della scuola?
«Credo di aver vissuto un appassionante periodo scolastico, quello della scuola/cantiere, della scuola come laboratorio di esperienze (il tempo prolungato, l'apertura al territorio, l'approfondimento didattico, l'inserimento dei disabili, la sperimentazione della scheda di valutazione - quella "ragionata" con i giudizi - la collaborazione con l'Università».  

A che cosa si è maggiormente dedicato in questi anni?
«Gli ambiti del mio impegno sono stati diversi: l'insegnamento agli alunni che a scuola "fanno fatica", che hanno bisogno di un intervento mirato per svolgere il loro percorso scolastico. La strategia messa in atto è stata quella di farli sentire parte integrante della classe proponendo loro percorsi semplificati, sempre, però, all'interno di gruppi di lavoro. Il secondo ambito è stato quello della collaborazione con la presidenza della Media "G. Galilei" per l'attività scolastica nella sede di Palazzi, una succursale con una sua forte identità, frequentata da alunni dell'area cecinese ma anche da ragazzi provenienti da Riparbella, Montescudaio, Castiglioncello, Vada; poi l'impegno per la realizzazione di Progetti integrativi della didattica quotidiana, fondamentali per la formazione degli alunni di questa fascia di età; ed infine la collaborazione con l'editoria scolastica allo scopo di non perdere di vista l'aspetto didattico legato ai problemi dell'insegnamento e dell'apprendimento».  

Volendo fare un bilancio...?
«Sono stato fortunato perché nel mio lavoro ho potuto contare sulla collaborazione di persone motivate ed entusiaste. Si è creato un "clima" favorevole che è alla base di qualsiasi attività. Si può dire che si è formata una piccola "comunità" con l'obiettivo principale di "star bene a scuola". Questo non vuol dire che tutto sia andato sempre per il meglio, ma gli aspetti positivi hanno superato, di gran lunga, quelli negativi». 

Che cosa lascia in eredità ai colleghi che prenderanno il suo posto? «Una cosa su tutte: il confronto e la condivisione del proprio lavoro, sia perché nessuno è depositario della assoluta conoscenza, sia perché i problemi non si possano risolvere individualmente; è fondamentale collaborare in modo che tutti, e dico tutti, sappiano che cosa succede all'interno di un Istituto Scolastico».  

Che consigli spassionati darebbe loro?
«Lungi da me dare consigli. Cito invece, con piacere, Danilo Dolci, uno dei più importanti educatori italiani del secolo scorso, fautore della non violenza attiva, che afferma: «C'è chi insegna guidando gli altri come cavalli, passo per passo, forse c'è chi si sente soddisfatto così guidato. C'è poi chi educa, senza nascondere l'assurdo che è nel mondo, aperto ad ogni sviluppo ma cercando d'essere franco all'altro come a sé, sognando gli altri come ora non sono: ciascuno cresce solo se sognato». Una riflessione, poi, di carattere generale: l'insegnamento, come nella migliore prassi scientifica, deve procedere per scoperta, per "tentativi ed errori", sulla base di quella che oggi viene definita ricerca-azione».  

E ai ragazzi, agli studenti che cosa consiglia perchè la scuola serva loro per la vita?
«Il consiglio è soprattutto quello di essere curiosi, disponibili ad andare oltre la superficie e le apparenze, ad allargare il quadro della loro esperienza, a non studiare solo per l'interrogazione, a mettere da parte la competizione, a non lasciarsi condizionare dai tanti "specchietti per le allodole" che ci circondano (i miti dello sport, i divi della televisione, la ricerca del successo facile, l'esaltazione della vita vissuta come uno spettacolo)».

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