Il Tirreno

«In casa la luce era accesa...»

Alessandro De Gregorio
Sopra le amiche accompagnate in commissariato, a sinistra l’avvocato Barsotti e un’immagine della vittima, Jessica Karina
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Sopra le amiche accompagnate in commissariato, a sinistra l’avvocato Barsotti e un’immagine della vittima, Jessica Karina

L'incubo dell'amica mentre spuntano due telefonate

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 VADA. «Era tutto il giorno che cercavo di telefonare a Jessica e quando ho visto la luce accesa sotto la porta mi sono spaventata...». Ora non è solo spaventata. E' terrorizzata. La coinquilina di Jessica Karina Munoz Labezzaris (ecuadoregna di 35 anni, uccisa nella casa dove le due amiche si prostituivano) non sa più dove andare. E non perché l'appartamento al numero 23 di via Gobetti è sotto sequestro. Ma perché teme di essere nel mirino anche lei. E' stata affidata a un avvocato. Lei e la famiglia di Jessica, che annuncia di volersi costituire parte civile. L'avvocato è Nicola Barsotti, contattato dall'ambasciata di Roma e dal consolato di Firenze. Professionista lucchese con studio anche a Roma, Barsotti è un noto penalista che svolge consulenze per numerose ambasciate in Italia. Compresa quella dell'Ecuador. Al «Tirreno» il console Flavio Franceschini ha confermato di seguire il caso. E l'avvocato annuncia che la famiglia verrà insieme a lui, la prossima settimana, a parlare con gli investigatori: «Dalle informazioni che ho raccolto tra familiari e amiche il quadro per ora mi pare abbastanza confuso».  La polizia ieri ha condotto un nuovo sopralluogo nella palazzina dove mercoledì sera la sudamericana è stata trovata sul letto, ammanettata e soffocata a morte con una tenda. Chi sia stato e perché lo abbia fatto è ancora un mistero. Gli investigatori, coordinati dai pm Luca Masini e Paola Rizzo, lavorano a fari spenti dando l'impressione di avere una pista precisa. Intanto emergono nuovi particolari.  L'ultimo giorno. Poco dopo le 8 di mercoledì Jessica riceve la telefonata dalla sua coinquilina, in quel momento all'ospedale per un aborto. «Sto andando alla Posta», dice Jessica. Poi le telefona una cugina, alla quale risponde che andrà ad acquistare pure dei preservativi. Alle 8,45 Jessica è davanti all'ufficio postale di Marina di Cecina. La ragazza non ha la macchina, di solito si muove in pullman. Allo sportello chiede di spedire via moneygram tremila euro a una sorella in Ecuador. Non ci riesce, la cifra è troppo alta. Ne spedisce duemila. Poi esce. Va in via Ferrucci, al Sexy shop. Il locale è chiuso. Lei torna in piazza della Chiesa, a Marina. Forse proprio per riprendere il pullman. Nel tragitto, verso le 9,15, riceve la telefonata di un uomo. Pare un cliente. Lei gli dà l'indirizzo.  Alle 10,30 circa la ragazza riceve un'altra telefonata, forse l'ultima. Poi il buio. Per tutto il pomeriggio il cellulare risulta spento. Ma si riaccende per due volte, dalle 20 alle 21. E' ancora la sua amica a chiamarla. La prima volta risponde un uomo, dalla voce sembra anziano. E italiano. «Ha sbagliato numero». La seconda volta una donna, spazientita: «Non c'è nessuna Jessica!». Poi il cellulare si spegne di nuovo. Per sempre.  La scoperta del cadavere. Alle 22,30 l'amica torna a casa. Si fa aprire il portone da alcuni vicini, sale al secondo piano. Ma non suona. Da sotto la porta dell'appartamento vede la luce accesa. Comincia a sospettare qualcosa. Scende in strada, guarda se il finestrone sul balcone è aperto. No, è chiuso. Con quel caldo. E allora corre alla polizia. Il cadavere di Jessica viene scoperto alle 23,30 ma la morte si fa risalire a qualche ora prima. Forse tra le 15 e le 18.  L'esecuzione. Prima di essere uccisa la donna viene legata mani e piedi con due fascette da elettricisti. La polizia sta facendo accertamenti anche su ferramenta e negozi della zona. Considerando però che le fascette si trovano ovunque. Ammanettata, le mani dietro la schiena, la stoffa ficcata in gola. Quasi un incaprettamento, un simbolo. Un messaggio degli assassini.  Erano almeno in due. «Gli» assassini. "Il Tirreno" aveva fatto questa ipotesi, confermata da alcuni investigatori e ieri ammessa dal procuratore capo Francesco De Leo. Sembra assodato che a uccidere la donna siano stati almeno in due. Sul cadavere non c'erano segni di violenza e nessuno ha sentito niente. Quel palazzone di via Gobetti è formato da 24 alloggi, la maggior parte residenze estive: e quindi vuoti d'inverno ma pieni in questo periodo. Quello della vittima, al secondo piano, è quasi incollato ad altri due: uno di fianco e uno di fronte. Forse in quel momento erano tutti al mare. O forse semplicemente la donna non ha avuto neanche il tempo di fiatare che uno le ha tappato la bocca e l'altro l'ha immobilizzata con le fascette di plastica. Per poi ucciderla.  Impronte e capelli. La scientifica ha repertato tutto quel che poteva. Compresi alcuni capelli che non appartengono alla vittima. Su questi verrà fatto l'esame del Dna da parte della biologa Isabella Spinetti.  Il numero di telefono. Come abbiamo già scritto tra gli oggetti spariti dalla scena del delitto c'è anche il cellulare della vittima. Ma il numero sta parlando. Alla Wind gli investigatori hanno chiesto l'intero tabulato. E poi c'è internet, dove quel numero con prefisso 380 utilizzato dall'ecuadoregna sta confermando agli investigatori quanto già sostenuto da amiche e colleghe della vittima: Jessica Karina si prostituiva un po' su tutta la costa toscana, di quindici giorni in quindici giorni, da Marina di Grosseto a Marina di Carrara. E, come sappiamo, Marina di Carrara era la prossima tappa della donna che aveva già preparato le valigie. La parentesi di Vada per lei era chiusa, giovedì mattina sarebbe partita per la nuova destinazione. Come diciannovenne russa o polacca: così si spacciava contando sui capelli biondi e un fisico più giovane dei suoi 35 anni. Agli amici aveva confidato di voler lavorare ancora una stagione. E poi basta. Voleva tornare in Ecuador e comprarsi una macchina. Non una Ferrari: si sarebbe accontentata di un'utilitaria.  

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