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Gozzi e yacht vanno a gonfie veleCrolla il mercato delle barche medie

Gozzi e yacht vanno a gonfie veleCrolla il mercato delle barche medie

Calvini (Altomare): «Facevamo dieci allestimenti all'anno, ora appena uno...»

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 CECINA. Aspettando il porto che verrà e la cittadella della nautica, c'è chi tira la cinghia. Chi continua a fare affari. E chi resiste cambiando strategie e concentrandosi su gozzi & affini. Perché la barchetta non conoscerà mai crisi, dice qualcuno. Dipende da cosa si intende per barchetta.
 Crolla in ogni caso il segmento medio, quello delle imbarcazioni dagli otto metri in su. Quei bei semicabinati che si potevano permettere in molti, ma solo fino a qualche anno fa. Tengono invece gli yacht, o comunque le imbarcazioni oltre i venti metri di lunghezza. Perché guardano a un'altra classe sociale, si pongono su un altro livello di ricchezza. E oggi come oggi anche in mare si è aperta la forbice tra ricchi e poveri. I primi rimangono ricchi, nella seconda categoria è scivolata gran parte della ex classe media. Resiste dunque chi produce barche maxi o mini. Gozzi di sei metri, pilotine, oggetti alla portata di molte tasche.
 E' quanto emerge da un rapido giro tra le aziende che lavorano nel settore nautico.
 Come Mare Zeta: «Ci siamo sempre difesi - dice il titolare, Leonardo Zaccagnino - io ho ereditato l'azienda da mio padre, ai suoi quarant'anni di esperienza ho aggiunto i miei dieci. Gli affari? Consegnamo una barca al mese, quindi dodici-tredici l'anno. Ci siamo anche allargati, cioè abbiamo fatto investimenti. Non ne è valsa la pena perché il settore è malgestito sul territorio e i servizi sono carenti. Ma questo sarebbe un altro discorso. Il fatto è che la grossa nautica è stata un flop e alla lunga i nodi sono venuti al pettine: crollo delle banche e dei leasing, crollo della fascia media».
 «Il mercato delle barche superiori ai venti metri non conosce crisi - conferma Zaccagnino - chi aveva i soldi prima li ha ancora. Intendo tanti soldi. Il segmento tra gli 8 e i 20 metri è bloccato. Noi lo abbiamo abbandonato e ci siamo concentrati sul nostro marchio di fabbrica, quello delle pilotine e dei gozzi sui 6-7 metri. Come l'Anaconda, un gozzo aperto e cabinato. Ci siamo specializzati in un mercato di nicchia, esclusivo. Perché è lì che tiene il mercato. C'è stato un ridimensionamento da una parte e una conferma dall'altra: la piccola nautica non conosce crisi. La vera crisi è nell'indotto: elettricisti, tessili, carpentieri, carrozzieri».
 E assemblatori. Come l'Altomare di Gianluca Calvini e Andrea Pannocchia. «Facciamo allestimenti per conto terzi - dice Calvini - cioè assembliamo stampati, motori e kit di arredi forniti dai cantieri. Abbiamo un capannone di 250 metri quadri, lavoriamo su barche fino a 8-9 metri. Prima ne consegnavamo dieci all'anno. Ora una sola. Il mercato sotto i dieci metri si è fermato, noi andiamo avanti con i privati, con l'assistenza. Si resiste ma è dura. La nautica ha sempre avuto alti e bassi, era normale lavorare molto nei mesi estivi e rallentare da ottobre a giugno. Ma fino a qualche tempo fa potevamo programmare, dal Salone di Genova in poi si sapeva quanto avremmo lavorato quell'anno. Ora invece sappiamo cosa faremo di qui a fine mese. Non oltre. Il porto? Lo aspettiamo con ansia, potrebbe risollevare le sorti del settore».
 Chi continua a lavorare più o meno come prima è Vincenzo Catarsi, dell'omonima azienda (Catarsi Marine): «Noi facciamo razza a parte perché produciamo barche da pesca professionale e sportiva. La Scorpiopesca da 8,70 metri, la Furibordo da 10,8, una da 12 e un peschereccio da 15,5 per le acciughe. Facciamo prototipi per cantieri terzi. Una decina all'anno. La crisi? Ci difendiamo perché lavoriamo su ordini, disegni, sulla fiducia che ci siamo conquistati nell'ambiente».

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