Il Tirreno

intervista elisa dondi

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Laura Solieri MODENA È in questi giorni nelle sale modenesi il film “Un anno di scuola” di Laura Samani, basato sull'omonimo romanzo di Giani Stuparich, la cui sceneggiatura è firmata dalla modenese Elisa Dondi, insieme a Samani. Per l’occasione, abbiamo incontrato Dondi per parlare del progetto, del suo legame con la città e dei temi che attraversano il film. Dove possiamo vedere il film a Modena nei prossimi giorni? «Il film è in programmazione al FilmStudio 7B (in versione originale con sottotitoli) il 15 aprile alle ore 21. È inoltre in sala anche al Cinema Victoria, allo spettacolo delle 20.50. Sono molto felice che il film sia nelle sale a Modena e fiduciosa nel passaparola di chi l’ha già visto». Come avete lavorato sulla struttura narrativa, considerando che la storia è molto legata alle dinamiche emotive più che agli eventi? «Con la regista Laura Samani abbiamo prima lavorato molto alla struttura del film, cercando un equilibrio tra le diverse anime che lo compongono. Da una parte il racconto di un trio di amici inseparabili, messo alla prova dall’arrivo di Fred; dall’altra lo sguardo di Antero, che si innamora per la prima volta e vive anche la perdita di quell’amore. E poi il confronto tra maschile e femminile, incarnato proprio da Fred». Quest’ultimo aspetto è stato il più complesso da esplorare, ma anche quello a cui siete più legate. «Il film si apre con lo sguardo dei ragazzi su Fred e si chiude, in modo opposto, con quello di lei che li lascia alle spalle. Da oggetto del desiderio diventa soggetto, protagonista del proprio desiderio e del racconto. Una volta definita la struttura, l’abbiamo “nascosta” dentro le scene, lasciando che la narrazione scorresse in modo naturale, per restituire la voracità vitale di quell’età. Fondamentale è stato poi il lavoro della regista con gli interpreti Stella Wendick, Giacomo Covi, Pietro Giustolisi e Samuel Volturno». Il film mette in tensione bisogno di appartenenza e libertà individuale: da dove nasce questo conflitto nella scrittura? «Durante la scrittura ci siamo accorte che tutto nasce dalla contrapposizione tra due spinte: da un lato Fred, che vuole appartenere al gruppo; dall’altro i ragazzi, che la desiderano ciascuno per sé. Appartenere e desiderare sono concetti vicini ma profondamente diversi, e entrambi legati alla libertà. Nel momento in cui Fred ricambia il sentimento di Antero, viene automaticamente esclusa dal gruppo: è lì che il conflitto esplode». Il fatto che la storia sia ambientata nel 2007, prima dei social, come cambia il modo in cui i personaggi vivono le relazioni? «Fin da subito Laura ha proposto di ambientare il film negli anni della nostra adolescenza. Questo ci ha permesso di lavorare su un racconto autentico e, allo stesso tempo, di mettere al centro il corpo. C’è un’immagine che amo molto: Antero che, dal banco dietro, osserva la nuca di Fred. È un tipo di attenzione fisica, concreta, che oggi si è in parte trasformata». Il film viene proposto anche nelle scuole? Che reazioni avete raccolto? «Sì, il film è stato mostrato a molte classi e Laura ha incontrato tanti studenti. Le reazioni sono state emozionanti. Era una cosa a cui tenevamo molto: evitare un racconto nostalgico e riuscire invece a parlare ai ragazzi di oggi in modo vivo, diretto. Il film è dedicato a loro». Questa storia riesce ancora a parlare agli adolescenti di oggi, nonostante l’ambientazione pre-social? «Sì, perché molte delle cose che racconta non sono cambiate: le prime volte, le soglie da attraversare, il desiderio. Il film parla del fatto che ragazzi e ragazze desiderano le stesse cose. Le ragazze non sono figure misteriose o inafferrabili: non c’è differenza nel desiderio, cambia semmai il modo in cui la società giudica quel desiderio». (laura solieri)

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