Il Tirreno

«Georgofili, un errore quei morti loro volevano colpire lo Stato»

di Matteo Leoni
«Georgofili, un errore quei morti loro volevano colpire lo Stato»

La rivelazione Messina Denaro diede la sua versione al magistrato

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FIRENZE. È stato l’ultimo dei latitanti condannati per la strage dei Georgofili di Firenze. Ma in un verbale, desecretato dopo la sua morte, nega tutto. Compresa la sua appartenenza a Cosa Nostra: io non c’entro con quello che è successo a Firenze, ha detto, ma di certo si trattò di un attacco allo Stato. È questo uno dei messaggi lanciati dal boss Matteo Messina Denaro, morto il 25 settembre scorso nel carcere de L’Aquila.

Il 16 febbraio scorso, dopo il suo arresto, pronunciò queste parole davanti al gip di Palermo Alfredo Montalto: «Tengo in chiaro che io non so niente di Firenze, io non so niente anche perché non c’è mai stata in una mia condanna nessun riscontro oggettivo». Dopo aver preso le distanze dalle responsabilità per la strage che costò la vita a cinque persone, il capo indiscusso del mandamento di Castelvetrano azzarda addirittura anche un’analisi dell’accaduto. «Quello di Firenze, qualora fosse vero, non è che si volevano uccidere delle persone, anche perché ci sono collaboratori che dicono che la finalità non era uccidere persone. Solo che il problema è stato secondo me che sono andati con la ruspa, cioè hanno ucciso una mosca con le cannonate. Perché si sa che se si mettono bombe allora possono cadere degli innocenti». E poi il messaggio, lanciato davanti al giudice: «La finalità era prendersela con lo Stato, con i beni dello Stato».

Non possiamo sapere se le sue dichiarazioni fossero un modo per non rispondere alle domande del giudice. Se fossero una presa di distanza dai vertici di allora di Cosa Nostra. O ancora un depistaggio, o un modo per alludere a presunti mandanti esterni della strage. Questo però era Matteo Messina Denaro, come lo hanno conosciuto i giudici che lo hanno interrogato dopo il suo arresto. La stessa tecnica, lo stesso modo di fare, Messina Denaro l’ha usata davanti al gip Montalto anche quando gli è stato chiesto di Giuseppe Di Matteo, il bimbo strangolato e sciolto nell’acido. «Fu Brusca a dare l’ordine» avrebbe detto. Anche in questo caso, il mafioso ha preso le distanze e scaricato la responsabilità sugli altri.

Parlando della strage dei Georgofili del 27 maggio del 1993 ha aggiunto: «Non è stato secondo me un errore, è stato menefreghismo, che è peggio dell’errore perché l’errore può essere perdonato. Ma se io capisco e intuisco che là succedeva una strage ecco che una bomba là non sarebbe mai stata messa. Il problema è che hanno usato gente che non vale niente».

Quando è stato arrestato dai carabinieri nella clinica di Palermo, il boss era l’ultimo dei condannati per la strage dei Georgofili rimasto ancora latitante. I magistrati della procura di Firenze, dove è ancora aperta un’inchiesta sulle stragi di mafia e sui presunti mandanti esterni, avrebbero dovuto interrogarlo a giorni, anche se probabilmente non avrebbe risposto alle loro domande.

Per la strage dei Georgofili il boss Matteo Messina Denaro è stato condannato all’ergastolo come mandante con sentenza di appello del 13 febbraio 2001, poi confermata l’anno successivo in Cassazione.

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