Il Tirreno

L’intervista

«Le tappe sull’agenda di Hamas e il ruolo dei Paesi arabi»: la guerra spiegata da Marzano

di Danilo Renzullo

	I bombardamenti in Medio Oriente e nel riquadro il professor Arturo Marzano
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I bombardamenti in Medio Oriente e nel riquadro il professor Arturo Marzano

Il docente di Storia e istituzioni dell'Asia: «Il dialogo tra Israele e Russia non si è interrotto. L’organizzazione palestinese ha una sua struttura politica e una militare che usa anche il terrorismo»

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Da un lato la «sottovalutazione della capacità strategica di Hamas», dall’altro «l’attenzione dedicata da Netanyahu ad altre questioni». Questa ha portato Israele a “distrarsi” sul fronte sicurezza. Sono due, secondo il professore Arturo Marzano, docente di Storia e istituzioni dell'Asia al dipartimento di Civiltà e forme del sapere dell’Università di Pisa, titolare del corso di Storia del conflitto arabo-israeliano, gli elementi alla base dell’attacco di Hamas. Un conflitto, dagli attori e dai confini incerti, che potrebbe causare un ulteriore sovvertimento degli assetti politici ed economici in Medioriente. Con l’accelerata all’intesa tra i Paesi arabi moderati e dall’altra l’incognita Iran.

Professore, poche settimane fa Netanyahu ha annunciato un possibile, «storico», accordo di pace con l’Arabia Saudita che potrebbe favorire la stabilizzazione del Medioriente. Un’intesa non accettabile dall’islamismo radicale. L’attacco di Hamas mette in discussione l’intesa?

«Netanyahu continuerà a dialogare con l’Arabia Saudita sottolineando il collegamento tra Hamas e l’Iran e privilegiando l’intesa con i Paesi arabi cosiddetti moderati. Potenzialmente l’attacco di Hamas potrebbe accelerare il processo, soprattutto se le colpe saranno attribuite all’Iran. Un’ipotesi legata anche alle sorti del governo israeliano».

La leadership di Netanyahu è a rischio?

«Le responsabilità politiche peseranno notevolmente sul governo. Dall’inizio dell’ultimo mandato a fine dicembre, l’attenzione del governo si è concentrata sulla riforma della giustizia, prioritaria per Netanyahu, che è sotto processo per corruzione. In molti ritengono che l’esecutivo abbia dato minore importanza alla sicurezza interna».

La guerra, dai confini e dagli attori incerti, rischia di congelare gli Accordi di Abramo. L’intesa ha in influito sull’escalation?

«Gli ultimi governi israeliani hanno ritenuto che il Medioriente potesse essere pacificato indipendentemente dai palestinesi. Gli accordi di Abramo, l’intesa raggiunta da Israele con Emirati Arabi Uniti e Bahrein con il beneplacito di Riyad, hanno alla base l’idea che Israele possa essere riconosciuto dai Paesi arabi senza alcun “prezzo” da pagare, vale a dire il ritiro dai Territori palestinesi occupati nel 1967. Hamas ha voluto dire che tutto ciò non è possibile senza prima risolvere la questione palestinese».

Gli Usa hanno offerto pieno sostegno, anche militare, ad Israele. L’appoggio mette fine alle prove di dialogo tra Stati Uniti e Iran?

«Certamente delle conseguenze ci saranno, ma non credo che Biden chiuda totalmente la porta al dialogo. Molto dipenderà da cosa accade tra Hezbollah e Israele».

Il ruolo, se c’è, della Russia: Putin potrebbe approfittare di un improvviso calo di attenzione sul conflitto in Ucraina?

«Il dialogo tra Israele e Russia non si è interrotto. Israele non vuole che in Siria l’Iran sia troppo vicino al confine con il proprio territorio e Mosca si fa garante. Questo spiega anche perché Israele abbia sostenuto l’Ucraina in maniera più tiepida di tanti altri alleati occidentali. I rapporti tra Israele e Russia non cambieranno».

Hamas vuole portare solo terrore o segue una strategia politica?

«Hamas ha una sua struttura politica, con una chiara agenda, ed una militare che usa anche il terrorismo. I rapporti tra le due anime non sono facili da decifrare. Sabato 7 ottobre, Hamas ha commesso un’azione terroristica deprecabile che va condannata totalmente. Oltre alla condanna è però necessaria una riflessione. Hamas ha un obiettivo politico: porre fine alla chiusura totale della Striscia di Gaza che dura dal 2007. Quello che la violenza terribile di sabato e di questi giorni mette in luce è la necessità di una soluzione politica al conflitto». 

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