Il Tirreno

Viaggio alla stazione/2

Alla stazione l'atrio diventa l'hotel dei senzatetto

di Lara Loreti
Alla stazione l'atrio diventa l'hotel dei senzatetto

Livorno, nordafricani, ma anche romeni e qualche livornese. Tra incuria e degrado, le liti per pochi spiccioli: vince il più forte

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LIVORNO. Il sibilo sparuto dei pochi treni che animano la stazione, di notte, si mescola al respiro profondo di quella ventina di barboni che popolano l’atrio, rannicchiati sui cartoni, le coperte sgualcite addosso, tra buste, cenci e disincanto. Le lancette dell’orologio segnano le due, anche se i neon sparati nella sala d’aspetto principale potrebbero trarre in inganno. Ma basta svoltare e fare due passi, un po’ più in là, nei corridoi laterali, per annusare l’atmosfera della notte. Una notte tenebrosa, schiva, che cela nelle sue fauci vite invisibili ai più, che si dissolvono alle prime luci dell’alba. Non è Termini, non è Milano Centrale, ma lo scalo livornese, in piazza Dante, ha ben poco da “invidiare” alle metropoli. Degrado ed emarginazione sociale si accavallano in un vortice di abbandono.

Esistenze ai margini. Sarà che fuori pioviggina, e che quelle due gocce, come sempre, hanno semi-allagato il sottopasso che porta ai binari, ma la vita alla stazione sembra scivolare via. Proprio come i treni merci, arrugginiti e stanchi, che vanno dritti per la loro strada, senza neanche fermarsi sul binario 1 di Livorno centrale. Ognuno ha il suo cantuccio e non interferisce con l’altro. Vite costellate da rotture e isolamenti. Ciascuno con la sua valigia, il suo fardello. C’è Didier, che parla solo francese. Si dice che al mondo ognuno abbia la sua croce: lui ha un grosso carrello, stracolmo di roba, che richiama quelli pieni di faldoni che gli scorrevano tra le mani quando, nella sua vita precedente, lavorava in tribunale, in Belgio. Poi c’è Els, la donnona, anche lei dei Paesi Bassi: se la vedi camminare sembra un carroarmato. E chissà quante guerre ha dovuto combattere nella sua vita. Un po’ più avanti, c’è il gruppo dei nordafricani: loro, una decina, sono ancora svegli. Scherzano seduti nell’angolo nord della stazione, quello più movimentato, dove - nonostante l’ora tarda - c’è un discreto via vai. Poi ci sono due romeni, degli africani e due livornesi.

Ospiti a 4 zampe. E tra le tante esistenze sonnolente, alle soglie dei binari, c’è anche un cane, che dorme pacioso col suo padrone, su un giaciglio di fortuna ammorbidito da un vecchio piumone. Nella sala d’attesa vera e propria, invece, dove c’è la biglietteria, la gente è sdraiata sulle panchine: lì ci sono 5/6 viaggiatori, che forse non sanno dove dormire e che hanno scelto la stazione di Livorno città aperta, come location dove attendere il treno. In totale, tra barboni e gente di passaggio, c’è una ventina di persone, più qualche avventuriero in cerca di guai o di compagnia tra le ragazze che, sedute all’esterno, nei giardini, aspettano un’occasione.

Liti per pochi euro. Tutte situazioni ben note agli agenti della polfer, che si muovono fra i binari insieme alle guardie giurate della Worsp e ad altre pattuglie, a turno. L’altra sera c’era la finanza e spesso all’esterno ci sono i militari dell’Esercito che lavorano al progetto Città sicura. I poliziotti della sezione ferroviaria identificano spesso i barboni e hanno un quadro abbastanza completo della situazione, ma sono pochi, soprattutto da quando la spending review ha travolto anche loro, con la conseguenza che non sempre possono essere garantiti i turni di notte. Ed è allora, quando la stazione è sguarnita, che si scatenano i demoni. «A volte - racconta un lavoratore - i senzatetto più cattivi e più forti se la prendono coi deboli. E chiedono loro soldi, minacciandoli di picchiarli e di non farli dormire. È la legge del più forte, e vale sempre». Le liti si scatenano per pochi spiccioli o per un bicchiere di troppo. Basta un soffio, e il vaso di Pandora si scoperchia, liberando tutte le sue contraddizioni.

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