In 1.500 al Giubileo: il duomo si riempie per la "porta santa"
Nel debutto del Giubileo a Livorno l'afflusso dei fedeli è stato talmente forte da costringere le forze dell'ordine prima a sospendere l'accesso alla "porta santa" (sul lato mare della cattedrale) e poi a bloccare di tanto in tanto gli ingressi anche dal porticato lato piazza Grande. Il vescovo: Dio è misericordia, bestemmia chi uccide in suo nome ma la guerra non è la soluzione
LIVORNO. «Il papa s’è ritrovato con piazza mezza vuota all’inaugurazione del Giubileo in San Pietro? Faceva meglio a aprirla qui da noi la “porta santa”: non si riesce neanche a entrare da quanta gente c’è». Dedo Bardi, capelli bianchi, sciarpa verdolina e occhi neri, lo dice chiaro e tondo che «non sono mica uno di quelli che vanno a messa tutte le domeniche, però lo sai che questo papa Francesco...».
Chissà quanti sono quelli come lui dentro il duomo o davanti alla “porta santa” nel giorno in cui il Giubileo di papa Francesco sbarca in mezzo alle città. Almeno millecinquecento persone si accalcano nella navata di una cattedrale che sembra troppo piccola: negli ultimi anni i grandi appuntamenti diocesani hanno fatto registrare un crescente afflusso di persone, ma mai così tante.
Altrove la “porta santa” è l’ingresso più importante della cattedrale: il salmastro dello spiritaccio labronico controcorrente deve aver soffiato anche nella curia del vescovo pisano se è vero che sono andati a scovare come “porta santa” una porta minore, sconosciuta agli stessi livornesi. È quella di fronte a via San Francesco ed è l’unica rimasta in piedi dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Le forze dell’ordine sono state costrette a fermare gli accessi per il pienone che premeva su quell’ingresso: siccome ci sono due serie di tre-quattro gradini e non è tanto largo, era previsto che passassero di lì solo due delegati per ciascuna parrocchia o associazione. Ma la fede, l’entusiasmo, la curiosità hanno avuto la meglio e ci si è ritrovati a fronteggiare una fiumana inarrestabile.
Dunque, presto è arrivato lo stop alla “porta santa”. Non solo: anche l’accesso dal lato di piazza Grande ha funzionato a singhiozzo perché la chiesa era talmente strapiena che alcune persone sono state soccorse per malori e il servizio d’ordine ha sospeso di quando in quando gli ingressi.
Di fronte a quest’afflusso straordinario sono saltati anche le suddivisioni fra le aree riservate ai delegati parrocchiali, quelle alle associazioni, gli spazi per gonfaloni e via dicendo. La folla dei fedeli si è infilata ovunque possibile.
Non è saltato solo il “protocollo” dei posti in chiesa ma anche la scansione stessa della cerimonia. Visto che la “porta santa” era stata di fatto bloccata, a fine messa è stato comunicato dall’altare che ci si era inventati una apertura extra lì per lì. Ed ecco che di nuovo si è formato un serpentone sul lato mare del duomo.
Inutile dire che il vescovo ha centrato la sua omelia sulla misericordia, mentre la grande corale ha attinto a piene mani al repertorio di Marco Frisina (“Eccomi”, “Sollevate o porte i vostri frontali”, “Dove la carità è vera”) per contrappuntare la liturgia.
Ma non si creda che monsignor Giusti abbia volato lontano nei cieli lontani dalle miserie e dalle violenze del mondo di quaggiù. A cominciare dall’attacco durissimo ai fanatici che «tradiscono anche il loro Dio, che ha l’appellattivo di misericordioso come ogni buon musulmano sa». E poi: «chiunque pretenda di uccidere in nome di Dio in realtà dice una bestemmia».
Il vescovo però ha tenuto a mettere l’accento sul fatto che quella dell’Isis assassina a Parigi o altrove non è una parentesi folle e stop: c’è una lunga striscia di sangue e di orrore nella storia, «dell’Occidente e non solo dell’Occidente», – ha ribadito – quando ci si allontana da Dio misericordioso. E giù una sfilza di esempi: a cominciare dall’assassinio degli armeni che apre il Novecento, poi l’Olocausto degli ebrei ad opera dei nazisti, i gulag sovietici (e di «tanti regimi che hanno preteso di cancellare Dio dalla storia»), le atrocità dei khmer rossi in Cambogia «contro i loro stessi fratelli». Tutte realtà in cui si è cercato di cancellare quel che si riteneva il male ma – ha aggiunto – finendo all’opposto per incarnarlo. Tuona contro l’Isis ma anche contro la guerra («la storia dimostra che la guerra non ha mai messo a posto le cose, anzi ha fatto divampare altra violenza»).
Dopo aver parlato della «mancanza di misericordia» nei riguardi dei «bambini concepiti e mai nati», il vescovo ha fissato lo sguardo su almeno quattro esempi.
Il primo è il “Cristo coronato di spine”, capolavoro del Beato Angelico presente in cattedrale: «Quel volto di Gesù con le lacrime e il sudore che diventano sangue ci raccontano di tante persone crocifisse dall’ingiustizia e di quanto Dio ci ama».
Il secondo è un santo vietnamita («che ho conosciuto di persona a Roma»): torturato dal regime, appeso a testa all’ingiù in carcere, riusciva a pregare anche così.
Il terzo è una moltitudine: Giusti parla di «12 milioni di schiavi» sul fronte dello sfruttamento del lavoro o del piacere sessuale. Aggiungendo poi: «Ora vogliono perfino aprire una possibilità ulteriore con gli uteri in affitto».
L’ultimo è l’accoppiata costituita dal centurione e dal ladrone Disma, sulla scena della crocifissione. Come per dire: non è mai troppo tardi, per la misericordia non si è mai fuori tempo massimo.
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