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Il ritorno di Matteo Donati: «Finalmente il calvario è finito»

Gabriele Noli
Il ritorno di Matteo Donati: «Finalmente il calvario è finito»

La racchetta del Tc Italia è tornato a giocare (e vincere) dopo l’infortunio al gomito «Dopo quasi due anni di stop forzato adesso mi sento più forte e più maturo»

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Gabriele Noli

Forte dei marmi. Negli ultimi giorni, di chiamate da Forte dei Marmi Matteo Donati ne ha ricevute parecchie. «Da Sergio, Matteo (Marrai padre e figlio), Patrizio (Mattioli). Mi sono stati di grande aiuto, come tutte le persone del circolo». Una vicinanza (di)mostrata - a distanza, via telefono - con una tempistica non casuale: ad inizio febbraio, poco prima di compiere 26 anni, l’alessandrino è infatti tornato (finalmente) a disputare incontri ufficiali, ponendo fine a un calvario (e a uno stop) lungo quasi due anni, segnato da tre operazioni (due al gomito destro, una alla mano sinistra). Nei due tornei in Kazakistan, ha raggiunto i quarti e gli ottavi. Nell’ultimo, in Croazia, è uscito ai sedicesimi dopo aver superato tre turni di qualificazione.

Ingaggiato dal Tennis Italia nel 2017 con l’intento – sin qui vano – di vincere il terzo scudetto, nel periodo di inattività Donati è stato comunque al seguito della squadra, come vice-capitano.

Donati, bentornato. Come sta?

«Bene. Sono contento. Il gomito, per ora, mi sta dando solo risposte positive, nessun problema».

Cos’ha provato al rientro in campo?

«Adrenalina. Ero felice di giocare ogni singolo punto: la prima partita è durata tre ore circa. Sono riuscito a vincerla (7-6 al terzo set) e anche quella del giorno successivo. E il gomito non mi faceva male. La strada adesso è lunga, c’è da lavorare. E parecchio».

Mica semplice, dopo quasi due anni di stop.

«Lo so, ma adesso mi sento più forte e maturo. È l’avvio di una seconda carriera, non la prosecuzione della prima. Devo ricostruire una routine, non riprendere la precedente. Ci sono molte cose nuove su cui lavorare, con il mio team. Ciò che conta è ritrovare certe sensazioni, la forma migliore ed il ritmo partita. In questo momento, comunque, niente è negativo. Cerco di apprezzare tutto».

Cosa in particolare?

«Quello che prima era ordinario e che davo per scontato: fare la valigia, prendere un aereo, prenotare un hotel. Penso a chi ero prima degli infortuni: un ragazzino spensierato, forse troppo. Oggi mi sento più responsabilizzato».

Ha temuto di non poter più giocare a tennis?

«In questi due anni ho sentito parole piene di pessimismo. Ecco perché ero demoralizzato. Dopo la ricaduta, quando mi sono dovuto operare una seconda volta, a Milano, il dottore mi ha detto: “Lo faccio per la tua salute, non per il tuo ritorno in campo”. Lui è stato coraggioso, io fortunato, perché le due cose sono coincise. Quello però si è rivelato il periodo più complicato: un intervento in piena pandemia (aprile 2020), la degenza in solitudine all’ospedale: non è stato affatto facile».

E pensare che lei neppure voleva sottoporsi al secondo intervento.

«Mi ero ripromesso che non lo avrei fatto, memore del dolore provato la prima volta. Talmente forte, certe notti, da non dormire. Non è stata una scelta semplice, ma se alla fine ho cambiato idea è stato per merito di mia madre e mio fratello e dell’enorme carica che mi hanno trasmesso. A loro, va il mio grazie più grande».

Questo sarà il quinto anno per lei con il Tennis Italia: cos’è che la lega così tanto al circolo?

«Loro vedono anzitutto l’uomo e solo dopo il giocatore. Ti fanno sentire parte di un progetto. Mi è capitato di esprimere un gioco migliore durante la Serie A1 che in altri tornei. In uno sport dominato da egoismo e solitudine, conoscere persone così può far solo piacere». —

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