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Giacomo Venè, che esordio sotto gli occhi di papà Carlo

Massimo Guidi
Giacomo Venè, che esordio sotto gli occhi di papà Carlo

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Giacomo Venè, nell’ultima gara di serie D, non se lo aspettava proprio di scendere in campo contro il Ghivizzano. Già perché nelle precedenti gare a difendere la porta del Seravezza era sempre andato Orsini, ma contro i lucchesi Vangioni ha deciso il cambio e così per il diciottenne corazziere di Pozzi (è alto 190 cm) è arrivato l’inaspettato ma quanto mai gradito regalo natalizio. Davanti agli occhi di papà Carlo, uno dei migliori talenti del calcio versiliese di fine anni settanta del secolo scorso, tra i prof con le maglie di Carrarese, Centese (dalla D alla C/1) e Suzzara.

Quando hai saputo che saresti sceso in campo?

«Venti minuti prima di iniziare il riscaldamento. Sapevo che Orsini non stava bene ma pensavo che sarebbe ugualmente sceso in campo. Quando il mister me lo ha comunicato sono rimasto di sale. Fermo al mio posto nello spogliatoio e zitto ma dentro di me felice».

Come hai gestito la inevitabile tensione?

«Durante il riscaldamento Bagnai, Grassi e Granaiola mi hanno tranquillizzato: stai sereno mi hanno detto e nell’indecisione butta sempre il pallone in tribuna».

Papà Carlo era a vedere la partita?

«No era a casa. Neanche lui si aspettava che giocassi. Gli hanno telefonato e si è precipitato subito allo stadio. Mi ha fatto piacere che potesse assistere all’esordio».

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Peccato che non abbia potuto esserci anche mamma Barbara.

«A lei del calcio importa il giusto. È più interessata al mio profitto scolastico».

Come te la cavi a scuola?

«Frequento l’istituto professionale. Riesco a gestire bene calcio e studio anche perché abito nelle vicinanze sia dello stadio che della scuola».

Torniamo al calcio. E’ vero che sei diventato portiere quasi per caso?

«Quando ho iniziato con il Capezzano giocavo attaccante. I miei inizi da portiere sono recenti e risalgono a quattro anni fa quando militavo nel Poggioletto. Per la partita contro il Tau Calcio, eravamo senza portiere e toccò a me andare tra i pali. Feci delle grandi parate e da quel giorno invece di fare gol ho cominciato a cercare di evitarli».

Qual è il tuo modello di portiere?

«Ederson del Manchester City. Molto bravo anche a giocare con i piedi. Un aspetto sul quale sto lavorando, assieme a quello delle uscite alte, con il nostro preparatore Ranghetti. Anche se il primo a volere che giocassi molto con i piedi è stato papà quando mi allenava negli allievi del Seravezza».

Come hai gestito il tuo fisico quando non c’era la possibilità di allenarsi?

«Mi sono allenato nella vigna dietro casa grazie all’aiuto di Serena Giannini, una ragazza che lavora come preparatrice atletica in palestra».

Il sogno nel cassetto di Giacomo Venè?

«Se ci sarà la possibilità mi piacerebbe salire di categoria. Ma è il sogno più ricorrente in un giovane che gioca a calcio. La realtà è che devo lavorare tanto per migliorarmi». —


 

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