Gioco
I sassolini di Ramacciotti «Beach soccer senza futuro»
A 33 anni l’Airone viareggino medita di lasciare da vicecampione del mondo «Doveri da professionisti e diritti da amatori: così non si può andare avanti...»
Viareggio
Un anno fa, Dario Ramacciotti rientrava dal Paraguay pervaso dall’amara soddisfazione di aver raggiunto ma perso la finale dei Mondiali di beach soccer, ultima partita ufficiale in azzurro, perché poi è subentrata la pandemia. La fugace esperienza nel campionato ungherese con il Bodon Peter è stata l’unica del 2020. L’“Airone” trascorre buona parte delle proprie mattinate portando a spasso Teo, weimaraner di 8 mesi a Torre del Lago. «E’ più scalmanato di me in campo». Mentre Ramacciotti parla, il cane sta dando la caccia a un biacco.
Sta pensando di condurre una vita ritirata nella natura, come Baggio?
«Non sarebbe affatto una brutta idea. L’unica differenza è che lui è pieno di soldi (scherza, ndr). Comunque a passare il tempo così mi diverto».
Quello senza il beach soccer come lo affronta?
«Cerco di mantenermi in forma, ma senza stimoli non è affatto facile. Quando si dice che le partite sono il migliore degli allenamenti, è vero. Il problema, per chi come me non ha più 20 anni, è che il recupero da infortuni o anche solo acciacchi è lungo e complesso. Ecco perché la ripartenza, nel caso, dovrà essere gradual».
Ma secondo lei si tornerà in campo nel 2021?
«Ad ora so solo che è un gran casino. Il beach soccer non è il calcio, dove si va avanti perché ci sono troppi interessi in ballo. Se i contagi caleranno drasticamente, allora ci saranno buone possibilità, altrimenti la vedo difficile. Ad agosto si dovrebbero disputare i Mondiali a Mosca: se si generano dei focolai tra le nazionali, che succede? Le rose dei giocatori sono da 12, con tre o quattro positivi, chi ci va in campo?».
E nel frattempo?
«Oltre alle passeggiate con il cane, mi godo la casa nuova (convive con Giulia, la sua compagna) e aiuto mio padre con la macelleria, quando serve consegno le spese a domicilio. Per il resto, si vedrà».
Continuerà a giocare?
«E chi lo sa. Con le giuste motivazioni, sì. Altrimenti smetto e comincio ad allenare».
Già una volta, lo scorso anno, aveva detto basta.
«Sì, ma era diverso. Mi ero fermato qualche mese, ma il campo mi mancava troppo: e poi mi sentivo carico. Ora lo stop è molto più lungo».
Troppo per poterlo sostenere?
«E’ come quando lasci la tua ragazza, ti accorgi di aver sbagliato, ti ci metti di nuovo insieme e poi alla fine è lei che ti molla. E te ci rimani male».
Anche quello col Viareggio, di amore, è finito. Dopo 10 anni.
«Andare via era la miglior scelta da fare. Lo sapevo io e anche la società, sulla base di un precedente confronto. Conveniva a tutti, in quel momento (gennaio, ndr). Santini (l’allenatore) non è uno stupido, le cose le capisce. Non ho alcun problema con lui, né con Carpita (il presidente)».
Ammesso che continui a giocare, pensa di tornare al Viareggio, un domani?
«Io avevo un accordo con il Napoli per il 2020, ma con il Covid di mezzo, le priorità cambiano. Ho 33 anni, convivo: la testa, prima di tutto, va sul lavoro. In ogni caso, se giocherò ancora, lo farò con la professionalità che mi contraddistingue, puntando a vincere. Di svernare non ne ho bisogno e nemmeno mi interessa».
Il beach soccer sarà in grado di contenere gli effetti negativi del lungo stop?
«Spiace dirlo, ma la pandemia ha mostrato tutti i limiti del movimento: noi giocatori non abbiamo ricevuto alcun aiuto, né dalla Federcalcio, né dalla Lnd. Nessuno ci ha cercato per domandare se avessimo bisogno di qualcosa. Siamo l’ultima ruota del carro: questa è l’ennesima riprova».
Ci va giù pesante.
«Quando uno è giovane e un po’ di soldi li guadagna, perché comunque se li è meritati, allora può anche sorvolare. Ma a 33 anni si ragiona diversamente. Adesso solo pensare di affrontare continuamente ritiri lunghi una ventina di giorni è pesante. La verità è che abbiamo doveri da professionisti ma diritti da dilettanti, se non amatori».
Cosa lamenta?
«Noi atleti non abbiamo alcun tipo di tutela. Se giocando mi ammalo di Covid, metto a rischio i miei genitori ed il loro lavoro. Altro problema: i contratti. Nel beach soccer non sono contemplati. O si è professionisti o dilettanti, senza vie di mezzo. Noi cosa siamo? Giocatori trattati come fantasmi, a partire da quelli vice-campioni del mondo. Occorre chiarezza, una volta per tutte. Purtroppo senza un’adeguata regolarizzazione, il beach soccer è uno sport senza futuro». —
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