Gioco
Il grido d’allarme del calcio dilettantistico «Con i campi chiusi moriremo in due mesi»
Coli: «Per 50 spettatori servono protocolli complessi e costosi». Strambi: «Come si misurano le capienze senza tribune?»
Viareggio
Il calcio dei dilettanti è in grossa difficoltà. E molte, troppe, società rischiano di chiudere i battenti forse prima della fine di questo disgraziato anno se non arriveranno aiuti e se non verrà fatta chiarezza sulle regole di ingaggio di un mondo, quello appunto dei dilettanti (che vuol dire soprattutto settori giovanili), forse poco conosciuto da chi ha potere di decidere. Qui non arrivano contributi televisivi e le spese vive sono aumentate per l’acquisto dei materiali previsti dai protocolli. Uscite che non sono bilanciate da entrate, già risicate nel periodo pre Covid, ridotte praticamente a zero visto che gli sponsor si sono rarefatti e non ci sono più gli introiti derivanti da sagre estive, piccoli punti di ristoro oltre a quelli del botteghino.
A dare una ulteriore mazzata alle società, la decisione di ridurre gli accessi agli impianti al 15 per cento della capienza prevista. Che per molte società vuol dire "staccare" numeri ridicoli di biglietti di ingresso. «Le porte chiuse porterebbero al suicidio le società – commenta Ivo Coli presidente del Capezzano – come non aiuta certo a sopravvivere avere 50-60 spettatori presenti. Oltretutto per fare accedere un numeor così esiguo di persone c’è da mettere in atto protocolli che comportano responsabilità e spese ulteriori. Per acquistare i prodotti per la sanificazione abbiamo già speso un migliaio di euro».
Altro problema è quello della gestione dei ragazzi più piccoli che frequentano i campi di calcio per allenamenti e partite. Con i genitori che sono costretti ad attendere fuori dagli impianti. «Ci sono ragazzini che vengono da fuori zona – continua Coli – ed i genitori sono costretti ad aspettare la fine dell'evento all’esterno delle strutture, magari in macchina se piove. Mentre prima potevano attendere i loro figli o nipoti, adesso i punti di ristoro presenti in quasi tutte le strutture e che siamo stati costretti a chiudere. Insomma un disastro: ti verrebbe voglia di chiudere tutto e buttare via le chiavi. Noi proviamo a continuare ad andare avanti in questa che sarà la stagione della sopravvivenza, anche se in mancanza di certezze diventa tutto complicato».
Ancora più pessimista Serafino Coluccini storica figura del calcio di Pietrasanta. «Mi sono incontrato nel corso della settimana con presidenti di altre società e le sensazioni che ci siamo trasmessi non sono improntate all’ottimismo. Si potrà resistere ancora un mese o forse due, non lo so. Poi si rischia di smettere. Oppure per andare avanti si dovrà dire ai collaboratori delle società (noi ad esempio ne abbiamo una sessantina) che per proseguire l’attività dovranno rinunciare a quei piccoli rimborsi spese che per molte persone fanno la differenza nella vita di tutti i giorni. Noi sia al Pedonese che al XIX Settembre potremo far accedere un centinaio di persone, ma questi incassi non serviranno certo a coprire tutte le spese».
Anche Coluccini si sofferma sul problema dei genitori che non possono assistere i figli. «Ci sono quelli dei più piccoli che vorrebbero entrare negli spogliatoi per aiutarli a cambiarsi, ma non lo possono fare. E tu devi dire loro che devono stare fuori».
Il discorso dei settori giovanili è quello naturalmente più sensibile come conferma anche Emiliano Ulivi numero uno del Forte dei Marmi 2015. «I genitori a giusta ragione vogliono seguire i bambini. Non possiamo chiedere loro di stare fuori o andare a fare shopping. Il problema è che se non riusciamo a lavorare, si rischia di chiudere. E qui si entra nel sociale perché ci sono tante persone, noi ne abbiamo una quarantina, alle quali fanno comodo i pur piccoli rimborsi che possiamo dare. Chi comanda deve capire che il calcio non è solo quello del professionismo ma è soprattutto quello dei dilettanti».
Un aspetto al quale evidentemente chi legifera non ha pensato è quello degli impianti di periferia dove non ci sono le tribune. «Già qual è la capienza di questi impianti – si chiede Andrea Strambi del Marco Polo Sports Center – come deve essere calcolata? La lunghezza dei campi o la superficie libera? E per un evento al quale si può assistere sostando sul suolo pubblico può andare bene indossare la mascherina e stare ad un metro di distanza? Sono cose sulle quali va fatta chiarezza. Io credo che per attività all’aperto ci voglia un po’ più di elasticità da parte di chi prende le decisioni abbinata al senso di responsabilità delle persone». —
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