Il Tirreno

Versilia

Il rugby riparte in sicurezza

GABRIELE NOLI
Il rugby riparte in sicurezza

Allenamenti in piccoli gruppi e a distanza ma niente contatti. «Dobbiamo accettare il compromesso»

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TORRE DEL LAGO

C’è chi, nonostante la pandemia, non si è mai fermato, proseguendo la propria attività con modalità forzatamente differenti, ispirato da quei valori dello sport che esulano da vittorie e sconfitte, assecondando piuttosto socialità, divertimento, benessere per il fisico e la mente. Attraverso il rugby i Titani veicolano messaggi positivi, educativi e formativi, messi in pratica anche durante (e dopo) l’emergenza sanitaria, discernendo accuratamente ciò che è possibile fare da cosa no. Ed ora, allo stadio Ferracci di Torre del Lago, la casa della società viareggina tirata su da Denis Dallan, bambini e ragazzi ritrovano il gusto di allenarsi all’aria aperta. Certo, a determinate condizioni per chissà quanto tempo, ma rispetto all’obbligo di restare a casa, è già un notevole passo avanti.

«Noi non ci siamo mai fermati – spiega Lisa Barbieri, responsabile marketing e comunicazione dei Titani - abbiamo coinvolto tutti i nostri tesserati nel periodo della pandemia con allenamenti quotidiani a distanza, che adesso possiamo tornare a far svolgere nel nostro stadio. Chiaramente, per questa fase, niente contatti: può apparire un paradosso per uno sport come il rugby, ma se vogliamo continuare con l’attività, è necessario accettare il compromesso».

I Titani hanno predisposto un piano dettagliato per consentire lo svolgimento (parziale) della pratica sportiva in totale sicurezza e nel rispetto delle disposizioni anti-contagio. «Gli spogliatoi – prosegue Barbieri – restano chiusi, per evitare rischi di assembramenti. I genitori presentano per sé ed i propri figli delle autodichiarazioni che conserviamo in un registro. Ci si allena per gruppi, ciascuno formato al massimo da sette-otto bambini o ragazzi, sotto la supervisione di un allenatore. Ognuno porta il proprio pallone da rugby e la pallina da tennis, utile per gli esercizi di mobilità, rimanendo a non meno di due metri di distanza dal compagno. Al Ferracci non abbiamo certo problemi di spazio, ecco perché è possibile lavorare in tranquillità. E quando si gioca, niente mascherina: indossarla, almeno in quel caso, è una follia».

È la fase 2 della palla ovale applicata all’attività di base, che favorisce il ritorno alla socializzazione, seppur a distanza. «Nel periodo della pandemia – afferma ancora Barbieri – i genitori ci chiedevano spesso se avremmo ricominciato con gli allenamenti allo stadio, consapevoli che per i loro figli il rugby sarebbe stato un modo per riprendere contatto con la normalità dopo mesi in cui gli amici e gli allenatori potevano al massimo vederli tramite uno schermo. Proseguiremo così per tutta l’estate, una sorta di camp, ma con i nostri bambini e ragazzi».

In uno stadio Ferracci in cui i lavori di ammodernamento si susseguono senza soluzione di continuità (tra gli ultimi, la messa in sicurezza del muretto che separa il campo dalla pineta), tanto che la definizione di “oasi dello sport” (copyright Denis Dallan), in fondo, appare tutt’altro che fuori luogo. —

GABRIELE NOLI

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