«Il calcio? Come la vita»: la seconda chance di Leo Passaglia
Un’ascesa a suon di gol, poi l’infortunio al crociato prima di passare all’Atalanta. Ora Passaglia vuole risalire con la sua Torrelaghese: «E giocare fino a 40 anni»
TORRE DEL LAGO. «Il calcio è la mia vita». Lo afferma senza mezzi termini Leonardo Passaglia, centravanti della Torrelaghese lanciata verso la Prima Categoria. Una scommessa, vinta da Ratti e Poletti, che hanno puntato ad occhi chiusi sul ragazzo. Lasciando partire a dicembre un pezzo da novanta come Matrone proprio per fargli spazio.
E lui ha ripagato la fiducia della società alla sua maniera: a suon di gol, sei in appena una manciata di presenze da titolare.
Leonardo ama il calcio che gli avrebbe potuto dare tanto. ;a che invece gli ha presentato il conto, salato, sotto forma di un grave infortunio il quale gli ha precluso l’occasione della vita: il trasferimento all’Atalanta.
Un colpo gobbo, quello del destino, capace di mandare in confusione tanti ragazzi. Ma non Leo, il quale non ha mollato di un centimetro pur sapendo che il treno importante era passato ma che comunque rimaneva ampiamente il tempo per divertirsi e magari togliersi qualche soddisfazione, perché a 22 anni e spiccioli è obbligatorio farlo e perché i tipi dal gol facile come lui sono sempre merce rara.
La sua avventura su un campo di calcio inizia da quando ha appena dismesso i pannolini, a quattro anni, tirando i primi calci ad un pallone da “infiltrato”, perché non ha ancora l’età, nella V2 Darsene, «la mitica V2» come ci tiene a sottolineare. Il calcio del resto è una passione di famiglia trasmessagli dal padre Piero, per tutti “Pallera”, difensore dal tiro al fulmicotone (caratteristica ereditata da Leo) e bandiera del Gabbiano del presidentissimo Paolo Paoli. Poi le esperienze con il Centro Giovani Calciatori e la Croce Verde fino ad arrivare al National, dove mette in evidenza le sue doti di goleador.
«Segnai oltre 120 reti in tre anni – ricorda – e mi tolsi anche la soddisfazione di vincere il titolo nazionale giovanissimi con la Rappresentativa Toscana nel 2009».
Già, un titolo riconquistato dalla Rappresentativa del Granducato dopo trenta anni grazie ai gol a grappoli del bomber viareggino, autore di una doppietta anche nella finale contro la Campania.
«La fase finale si giocò a Domodossola su campi bellissimi. Una esperienza che non dimenticherò mai, anche perché eravamo un bel gruppo».
Le prodezze del ragazzo non sfuggono a quel vecchio volpone di Tonio Bongiorni, che lo porta al Margine Coperta. Ma la sfortuna è in agguato e si manifesta subito in avvio di stagione: «Alla seconda partita di campionato contro la Cattolica mi sono rotto il crociato di un ginocchio e in pratica è saltato il passaggio all’Atalanta, che sarebbe dovuto avvenire dopo sei mesi di esperienza con il Margine».
Un brutto colpo per Leo, che torna in campo dopo sei mesi comunque ben deciso a non mollare perché come detto il calcio è la sua vita. «Voglio giocare fino a 40 anni, in quale categoria non importa. Sono praticamente nato tirando calci ad un pallone ed il calcio è la mia vita».
Cosa hai pensato nei mesi successivi all’infortunio?
«Che non avrei mollato tanto facilmente e che sarei tornato a giocare a pallone in qualsiasi categoria».
E cosa ti aveva fatto scattare questa molla?
«Il grande amore per il calcio. Del resto sono nato con un pallone tra i piedi».
Anche se sapevi che il treno per il grande calcio era stato perso.
«Certo, ne sono sempre stato cosciente. Ma ti ripeto: l’importante per me era tornare a giocare e soprattutto a fare gol».
Cosa ricordi del tuo ritorno all’attività?
«Ci sono un paio di episodi che la dicono tutta della mia voglia di tornare in campo. Ero stato trasferito alla Berretti del Pisa e anche se avevo un po’ di timore per i contrasti durante il primo allenamento calciai un pallone in rovesciata e l’allenatore mi disse se ero impazzito, perché avrei dovuto usare un po’ più di cautela».
E l’altro episodio?
«Durante una delle prime amichevoli estive un difensore mi fece una brutta entrata. Al momento presi un po’ di spavento, ma poi mi accorsi che stavo bene. E fu in quel momento che capii che il peggio era passato».
Sei stato due anni a Pisa: cosa ricordi con maggior piacere dell’esperienza in nerazzurro?
«Il secondo anno, quando feci tutta la preparazione precampionato con la prima squadra che era allenata da Pagliari».
Poi le esperienze con il Forte in Eccellenza fino ad arrivare alla Torrelaghese. Speri di tornare a giocare magari in Eccellenza?
«Ho poco più di 22 anni e posso ancora fare bene. Magari tornare in Eccellenza. Ma ora c’è da pensare a finire bene questo campionato».
Che domenica con Torrelaghese – Atletico Carrara potrebbe avere la sua apoteosi?
«Ci presentiamo al match con nove punti di vantaggio. Ma non giocheremo certo per il pareggio, visto che non siamo una squadra in grado di farlo. Noi abbiamo tutto da perdere perché in caso di sconfitta si riaprirebbe il campionato».
Quando sei arrivato a Torre del Lago ti sei trovato dietro bomber come Dati, Matrone e Panesi. Hai pensato che le occasioni per giocare sarebbero state poche?
«Ho pensato soprattutto ad allenarmi bene. Certo, diciamo la verità: rimanere in panchina non piace a nessuno, ma l’importante è farsi trovare pronto quando vieni chiamato all’opera».
Contento dunque di avere scelto la Torrelaghese?
«Mi sono trovato bene con i dirigenti ed i compagni. Oltre che con il mister che conoscevo per averlo avuto a Bozzano e sapevo che oltre ad un valido tecnico è anche una brava persona».
Un pregio ed un difetto del Leo calciatore.
«La rapidità ed il tiro sono le mie doti migliori, mentre devo lavorare sull’aspetto caratteriale. Sento troppo la partita e questo mi porta a voler strafare e ad innervosirmi quando le cose non mi riescono».
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