Dal commercio all’Australia Le mille vite di Palazzolo
Ha fatto il commesso e il barista, aveva smesso di giocare e poi è emigrato «Ma ora sogno di far vincere la mia Lunigiana. E di prendere una laurea»
VIAREGGIO. Antonio Palazzolo è uno degli attaccanti più richiesti nelle categorie dilettantistiche. Un ragazzo che ha provato anche a fare del calcio la sua professione, arrivando fino ad emigrare nella lontanissima Australia. Ma senza mai perdere di vista la realtà della vita di tutti i giorni, che lo ha più volte chiamato a rialzarsi da dure prove sia nella sfera degli affetti (la morte di una sorella in giovane età) che sui campi di calcio. Ha patito alcuni gravi infortuni che lo hanno condizionato nell’ascesa verso categorie superiori, a cui avrebbe sicuramente potuto aspirare.
Palazzolo ha giocato e segnato gol a grappoli in tutte le categorie dilettantistiche, dalla Prima Categoria alla serie D. E allora domenica scorsa, nella prima partita del 2016 si è voluto regalare un gol tutto per sé, in un giorno particolare, quello del suo trentaduesimo compleanno. Una prodezza che non è servita a far vincere il Lunigiana (che milita nel girone A della Promozione), la squadra in cui milita dall’inizio di questa stagione ma che è servito a fargli raggiungere quota dieci reti, ovvero la tanto agognata doppia cifra, quella bramata da ogni attaccante, a partire dai suoi idoli: Zlatan Ibrahimovic e Vitaliano Bonuccelli. Due volte ha rischiato di dire basta con il calcio, due volte è ripartito grazie all’interessamento, la prima volta di Paolo Bartolini e proprio pochi mesi fa a quello di Claudio Salvetti, diesse del Lunigiana che ha scommesso ad occhi chiusi sul ragazzo reduce dall’ennesimo tiro mancino del destino.
La storia calcistica di Tony, come lo chiamano gli amici, inizia nelle giovanili di Lido di Camaiore e National, poi il passaggio nelle giovanili della Pistoiese dove rimane per una stagiona (2001/2002). Di seguito l’approdo all’Uzzanese (Eccellenza) e quindi ad appena 19 anni in serie D al Calangianus, dove disputa una buona stagione infarcita con cinque reti. Poi Ponsacco, Unione 2001, Villa Basilica, Monsummano, Lamporecchio, Querceta, Camaiore, Vallicisa e Fucecchio. Come un intermezzo (nel 2012) in Australia in prova all’Apia Leichhardt Tiger, polisportiva italo-australiana di Sydney costituita sessanta anni fa da immigrati italiani, e che con la squadra giovanile ha più volte partecipato alla Coppa Carnevale.
Come nasce l’idea di tentare la sorte nella terra dei canguri?
«A quei tempi gestivo un bar a Viareggio, ed uno dei fornitori di vini mi chiese se mi sarebbe piaciuto andare a giocare in Australia assieme a suo figlio (Rocco Nuzzi, ndr) che non voleva partire da solo. Parlammo con un dirigente dell’Apia Leichhardt, il quale ci disse che avremmo avuto l’opportunità di lavorare e giocare. Accettammo e iniziò l’avventura durata qualche mese».
Non è finita come speravate.
«Lavoravo in un bar e dopo un mese, durante il quale non avevo mai visto il campo, chiesi spiegazioni ad un dirigente il quale mi disse che la società non avrebbe potuto ingaggiarmi. Rimasi altri quattro mesi poi tornai a casa. Al di là del fattore calcistico, comunque una bella esperienza in una realtà che è molto diversa dalla nostra».
Dal dopo Australia riparte la tua seconda carriera calcistica italiana.
«Sì, ma lavorando non potevo allenarmi bene. Addirittura saltavo la preparazione. Lo scorso anno ho iniziato a giocare con il Vallicisa, poi sono passato al Fucecchio dove purtroppo mi sono quasi subito fermato per un problema ad un ginocchio che mi ha tenuto fuori per cinque mesi. Credevo proprio di smettere e invece...».
E invece cosa è successo?
«Devo dire grazie a Claudio Salvetti, il diesse della Lunigiana, che mi conosce molto bene e che mi ha voluto fortemente, scommettendo al buio su un giocatore reduce da tanti mesi di stop. Ho lavorato forte recuperando e spero di ripagarlo aiutando la squadra ad arrivare all’obiettivo prefissato».
Insomma si è ripetuta la storia di una decina di anni prima.
«È vero. Dopo Ponsacco avevo deciso di lasciar perdere. Lavoravo in un negozio in Passeggiata, dove mi venne a trovare Paolo Bartolini. Che mi chiese se davvero a venti anni volevo smettere di giocare al calcio e mi convinse a ritornare in campo con l’Unione 200».
Hai qualche rimpianto di non essere mai andato oltre la serie D?
«Un po’, ma non più di tanto. Credo che magari fino alla Lega Pro avrei potuto arrivare. Le colpe? Sicuramente mia perché ognuno scrive il suo destino. Probabilmente quando mi è capitata l’occasione non ero pronto per il salto. Nell’estate del 2008 feci la preparazione con il Canavese (che giocava in C2) e segnai anche una doppietta in amichevole con lo Spezia. Ma poi tornai a casa».
Quali sono i tuoi idoli calcistici?
«Due su tutti: Ibra e Vitaliano (Bonuccelli ndr). Il Condor è un grande, non mi stanco mai di dirlo a tutti i ragazzi che giocano con me».
Una curiosità: hai giocato poco nelle squadre versiliesi. Perché?
«Perché non mi hanno mai cercato con troppa determinazione. Ho giocato a Camaiore e nel Querceta, poi un anno dovevo passare al Pietrasanta ma non se ne fece di niente».
Cosa c’è nel tuo immediato futuro?
«Intanto sto cercando di recuperare il tempo perduto a scuola e prendere il diploma di ragioneria. Poi chissà, visto che non è mai troppo tardi, magari una laurea triennale. E poi continuare a giocare a pallone anche se ogni anno che passa si diventa sempre più vecchietti e gli acciacchi aumentano».
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