Il Tirreno

Versilia

Con Zanetti in panchina ora Pietrasanta sogna

di Massimo Guidi
Con Zanetti in panchina ora Pietrasanta sogna

L’ex campione di Juve, Inter e Fiorentina ci prova anche da allenatore «Questo è il posto ideale da dove iniziare. Nel calcio bisogna salire per gradi»

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di Massimo Guidi

PIETRASANTA

Quando in estate Carlo Ciaponi annunciò di avere affidato la panchina del suo Pietrasanta a Cristiano Zanetti non furono certo pochi quelli che storsero la bocca, pensando che il presidentissimo del sodalizio di via del Crocialetto si era fatto abbagliare dalla caratura del personaggio con un grande passato da calciatore speso con le maglie di Roma, Juventus, Inter e Fiorentina (239 presenze in serie A e una cinquantine nelle coppe europee) oltre che della Nazionale (17 presenze). Un centrocampista tra i più apprezzati da allenatori come Capello, Lippi, Trapattoni, Zaccheroni e Prandelli, uno di quelli, come si suol dire, da far giocare sempre, anche nelle amichevoli fuori porta del giovedì.

Un palmares importante da calciatore d'accordo, ma l’ allenatore era tutto da verificare visto che le esperienze del ragazzo partito tanti anni fa da Poggioletto per arrivare alla serie A erano limitate alla guida dei giovanissimi nazionali di Pisa e Prato. Dubbi legittimi, per l’amor del cielo, che però Zanetti ha cancellato nel volgere di poche settimane proponendo agli aficionados del “XIX Settembre” un Pietrasanta in grado di coniugare un calcio di buona fattura con risultati positivi, l’ultimo dei quali la vittoria nel derby di Camaiore che ha proiettato Fusco e compagni ad un sospiro dalla vetta. Ed ora a Pietrasanta si torna a sognare.

Zanetti il successo nel derby di Camaiore vi ha lanciato nell’olimpo della classifica. Dove può arrivare la sua squadra?

«E’ presto per dirlo. L’importante è che stiamo facendo bene. Il nostro proposito è quello di arrivare ai risultati praticando un calcio di buona fattura. E per questo stiamo lavorando con impegno».

Quando ha pensato di cominciare la carriera di allenatore?

«Devo dire che l’idea più che mia è stata di Lucchesi (l’attuale numero uno del Pisa, ndr) il quale due anni fa mi propose di iniziare con i giovanissimi del Pisa. Era il periodo che non riuscivo a recuperare da un lungo infortunio e allora dissi di sì».

Ritiene giusto per un giovane tecnico partire con le formazioni giovanili?

«Sì perché come in tutte le professioni anche in quella dell’allenatore bisogna salire per gradi e soprattutto arrivare a meritarsi di scalare le categorie».

Due anni tra i bimbi poi il passaggio al Pietrasanta tra i dilettanti. Un campionato per lei sconosciuto. Come ha maturato la decisione di accettare la panchina biancoceleste?

«Dopo le esperienze con le giovanili ritenevo che fosse necessario misurarsi con il calcio dei grandi. Avevo avuto alcune proposte, ma ho preferito accettare quella del presidente Ciaponi. Come ho detto, a me piace salire per gradi e poi in questi contesti c’è la possibilità di fare esperienze con più tranquillità rispetto al calcio professionistico dove i margini errori concessi sono ridotti al minimo».

Come si è calato nella realtà di un calcio per lei assolutamente nuovo?

«Io credo che sta all’intelligenza delle persone sapersi calare nella realtà in cui si deve operare. Sapevo perfettamente che avrei dovuto lavorare con ragazzi che arrivano all’allenamento dopo avere lavorato o dopo la scuola quindi accettare un ritardo nell’arrivare all’allenamento non deve essere un problema. Non nego che all’inizio c’è stata qualche difficoltà dovuta al fatto del mio modo di intendere il calcio. Poi abbiamo trovato la cosiddetta via di mezzo: io ho cercato di adattarmi ai ragazzi e loro hanno cercato di venire incontro a me».

Un intesa che sta dando al momento frutti prelibati.

«Stiamo lavorando per dare alla squadra un’idea di gioco cercando di sfruttare al meglio l’intera rosa. Così che quando c’è qualche assente chi lo sostituisce sa cosa deve fare. Il mio schema di gioco? Cerco di modellare la squadra anche in base alle caratteristiche dell’avversario. Ma la cosa che mi preme di più è quella di arrivare ai risultati attraverso il gioco».

Ha avuto dei maestri eccellenti: Capello, Trapattoni, Lippi, Prandelli. Cosa ha preso da loro?

«Ho avuto tecnici che sapevano di calcio. Anche se nel calcio non si inventa niente, ognuno ha il proprio modo di lavorare. Ma la cosa che gli accomuna è il fatto di saper gestire il gruppo. Ecco un allenatore deve essere anche un buon gestore di uomini».

Un passo indietro nella sua carriera da calciatore. Senza i tanti infortuni pensa che si sarebbe potuto togliere qualche soddisfazione in più?

«Quella dello Zanetti sempre rotto è una storia che non ho mai accettato. Ho avuto parecchi malanni muscolari e l’unico vero serio infortunio mi è capitato a 33 anni. Comunque le soddisfazioni non mi sono certo mancate».

Come lo scudetto conquistato con la Roma o avere partecipato con la Nazionale al mondiale 2002 e all’Europeo due anni dopo…

«Ma anche la partecipazione con la Fiorentina alla Champions League del 2010. Dopo avere passato la fase a gironi disputammo due grandi gare con il Bayern Monaco che ci eliminò solo grazie ad una clamorosa svista arbitrale. Una stagione comunque esaltante che ancora i tifosi viola ricordano ben».

Chi è il Cristiano Zanetti del Pietrasanta?

«Non mi piace fare nomi. Dico invece che nella mia squadra ci sono tanti giocatori importanti che stanno facendo bene e questo è quello che conta maggiormente».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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