La guida
Levigliani, il borgo toscano dove non esiste disoccupazione: «Il nostro modello di successo contro lo spopolamento»
Nel cuore dell’Alta Versilia c’è un paese di 350 abitanti che non s’arrende: così la cooperazione genera lavoro, servizi e un futuro condiviso
LEVIGLIANI. Un piccolo paese di 350 abitanti, arrampicato sulle pendici del monte Corchia. E un modello socioeconomico unico: qui proprietà, lavoro e reddito sono condivisi. Siamo a Levigliani, nel Comune di Stazzema, in Alta Versilia. Un posto dove, da oltre due secoli, vige un modello comune di gestione delle risorse, indissolubilmente legato al territorio circostante. Così un intero borgo è diventato un modello di cooperazione: tutti i paesani che lo desiderino possono contribuire al progetto comunitario. E le persone, nell’epoca del lacerante spopolamento delle aree interne, decidono di restare.
La cooperativa virtuosa
«La nostra cooperativa – spiega il presidente Emiliano Babboni – si chiama Sviluppo e Futuro Levigliani, e nasce nel 2001 con una vocazione turistica legata all’apertura ai visitatori della grotta Antro del Corchia. Passo dopo passo, si è trasformata in un sistema complesso composto oggi da cinque settori: il turismo – evoluto nel Corchia Park con grotte, miniere, cave, musei ed escursioni; l’emporio di comunità, che garantisce servizi essenziali a tre paesi; il trasporto persone con bus scolastici e attività per associazioni; la manutenzione del verde e, dal 2025, il trasporto dei blocchi di marmo provenienti dalle cave comunitarie». Un’attività che fornisce lavoro ai residenti, creando opportunità in un territorio montano dove, altrove, lo spopolamento è realtà consolidata.
I posti di lavoro
«Oggi – prosegue Babboni – la Cooperativa Sviluppo e Futuro Levigliani (circa un milione di fatturato all’anno, 11 soci) rappresenta uno dei tre pilastri del modello cooperativistico del paese, insieme alla Comunione dei Beni Comuni di Levigliani e alla Cooperativa Condomini. Complessivamente, considerando anche le altre attività paesane, si generano quasi 100 posti di lavoro. Il dato più importante è proprio questo: a Levigliani la disoccupazione non esiste».
Merito di un sistema economico all’interno del quale turismo, cave e indotto generano occupazione per tutti i compaesani e dove il reddito resta a produrre ricchezza interna nel paese, contribuendo alla cura del territorio, dei servizi e del patrimonio immobiliare.
Come nasce
Alla base di tutto c’è una storia che parte dal 1794, quando 67 capifamiglia decisero di mantenere collettivamente la proprietà del Monte Corchia e dei boschi acquistati dal Granduca di Toscana, creando una comunione perpetua, che ancora oggi viene amministrata nell’interesse della comunità. A seguito di quella scelta nel tempo sono nati 3 soggetti: la Beni Comuni di Levigliani, che rappresenta il governo della comunità, e due cooperative, Coop. Sviluppo e Futuro e Coop. Condomini, che gestiscono rispettivamente la prima la valorizzazione turistico-culturale e ambientale della proprietà comune; la seconda la gestione delle cave di marmo. La gestione viene portata avanti secondo criteri di sostenibilità.
Un esempio: «Come comunità abbiamo scelto di dimezzare volontariamente le tonnellate di marmo estratto per lasciare risorse alle generazioni future. Non massimizziamo il profitto, amministriamo con responsabilità», afferma Babboni.
Tutto questo impegno ha attirato l’attenzione esterna, generando una recente e impattante novità: l’ingresso della Cooperativa Sviluppo e Futuro nel portale dell’Alleanza Cooperativa Internazionale, dedicato all’eredità culturale della cooperazione. «Un risultato che ci riempie d’orgoglio – conclude Babboni – e che rappresenta un’occasione straordinaria. I più giovani possono così capire che il nostro modello non è soltanto storia, ma un futuro possibile, da intraprendere rimanendo a lavorare qui. La tradizione va reinterpretata, non conservata in modo statico. Questo riconoscimento globale ci aiuta a farlo».
«Il modello»
«Il modello Levigliani – dicono Alberto Grilli, presidente di Confcooperative Toscana, e Valentina Donati, presidente della federazione toscana Cultura Turismo Sport di Confcooperative – dimostra come le cooperative di comunità non siano affatto un’utopia, ma una risposta concreta allo spopolamento e alla fragilità dei territori interni. Sono esperienze senza retorica, costruite attorno a buone pratiche e con una sostenibilità economica. Tengono insieme lavoro, servizi e coesione sociale. In Toscana vediamo che questo modello funzioni: trattiene persone, competenze e responsabilità, mostrando come sia possibile fare economia restando sui territori e rafforzando le comunità. È un tipo di dinamica che le politiche pubbliche devono riconoscere e sostenere, anche perché lavorare sul turismo di prossimità e sulla valorizzazione delle peculiarità dei territori è fonte di arricchimento che porta lavoro, ricchezza e diffonde cultura».
