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Carnevale di Viareggio, le pagelle dei carri: sfida agguerrita tra giganti di cartapesta. Ma uno brilla più degli altri – Tutti i voti

di Claudio Vecoli
Carnevale di Viareggio, le pagelle dei carri: sfida agguerrita tra giganti di cartapesta. Ma uno brilla più degli altri – Tutti i voti

Sul fronte della qualità, quella del 2026 può essere definita un’edizione a cinque stelle e la maggior parte hanno superato la sufficienza piena

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VIAREGGIO. Un’edizione a cinque stelle, quella di quest’anno sul fronte della qualità dei carri. Sarà l’effetto promozioni/retrocessioni, ma tutte le costruzioni di prima categoria sfilate ieri per la prima volta sui viali a mare sono piaciute. Qualcuna più, altre meno, ma tutte hanno comunque raggiunto la sufficienza piena. Ecco le nostre pagelle.

Nel campo dei miracoli (di Jacopo Allegrucci)  Voto: 9,5

Il soggetto non è certo una novità, anche se - invece di puntare sul “solito” Pinocchio - qui i personaggi principali sono il Gatto e la Volpe. Ma questo è forse l’unico vero punto debole del carro. Per il resto Allegrucci ha confezionato un nuovo piccolo, grande capolavoro. Curato fin nei minimi particolari, ricco di dettagli sorprendenti (dal retino da pesca ai guanti dei due protagonisti fino alla deliziosa macchinetta del caffè) “Nel campo dei miracoli” è un carro completo, dove si vede la mole di lavoro davvero impressionante del costruttore. Accurata come sempre la scelta dei colori (gli zecchini d’oro, alla luce del sole di ieri, avevano un notevole effetto), il carro ha poi nei movimenti un altro dei punti di maggior forza (praticamente non c’è un solo elemento che sia statico). Quest’anno, poi, Allegrucci è riuscito a eliminare uno dei suoi maggiori problemi degli anni passati: a differenza di altri carri in gara, infatti, il tema non necessita di uno svolgimento lungo e macchinoso che lo renderebbe leggibile solo in piazza Mazzini e in pochi altri punti.

In bocca al lupo (di Luca Bertozzi)  Voto: 9

Eccolo, il Luca Bertozzi che conosciamo e che negli anni si era un po’ perso per strada. Ad alto rischio retrocessione, il più giovane fra i costruttori in gara ha puntato su uno dei soggetti che più gli hanno dato soddisfazione (il mondo animale) ed ha confezionato un carro altamente spettacolare e al tempo stesso capace di suscitare emozioni. Il lupo che insidia Cappuccetto Rosso spuntando dal bosco è un autentico gioiello di modellatura e colorazione (quasi al pari delle Tigri di qualche anno fa) e anche la bambina che l’ammansisce ispira tenerezza e poesia. Non ci convince troppo la scelta del bianco per la colorazione del bosco, ma con ogni probabilità (e lo vedremo già sabato) è una decisione legata soprattutto all’effetto notturna. Bertozzi è libero di fare tutti gli scongiuri del caso (giustificatissimi), ma il carro che ha sfornato quest’anno dovrebbe garantirgli la salvezza. E potrebbe riportarlo sul podio.

Nemmeno con un fiore (di Umberto, Stefano e Michele Cinquini) – Voto: 9

Poesia allo stato puro per raccontare uno dei fenomeni più drammatici dei nostri giorni. I tre Cinquini, affrontando il tema dei femminicidi, riescono ad usare il linguaggio della delicatezza, contrapponendo la sensibilità di un giovane che rispetta e ama davvero la sua donna ai tanti episodi di brutalità di cui leggiamo quasi tutti i giorni sui giornali. Ma al di là del messaggio, è di grande presa scenografica l’effetto dei fiori che si aprono e si chiudono alle spalle dei due protagonisti (e che - per ora si è solo intravisto - si illumineranno durante i corsi in notturna). Coinvolgente - e tecnicamente non semplice da realizzare - anche il “ballo” di cui sono protagonisti i due giovani nello svolgersi della scena. Piccolo appunto: la figura femminile (anche se non è certamente la stessa) ricorda nel volto uno dei manichini scomponibili di “Come tu mi vuoi” dello scorso anno. Si poteva evitare.

999 (di Carlo e Lorenzo Lombardi) – Voto: 8,5

I campioni in carica provano a calare il bis. La ragazzina giapponese degli origami che lotta contro gli effetti devastanti della bomba atomica è un piccolo gioiello di modellatura ed ha il grande pregio di colpire al cuore lo spettatore. L’ambientazione nipponica è resa ancor più calzante dalle costruzioni che fanno da quinta scenica, riproduzioni molto accurate di un paesaggio dal sapore orientale. Una chicca, poi, l’ombrellino di carta di riso che ripara la protagonista. Forse manca un po’ di modellatura, ma l’impatto complessivo è davvero notevole. Al pari della Papessa che lo scorso anno regalò ai due Lombardi il loro primo successo fra i carri grandi. Ma la concorrenza, quest’anno, è davvero tanta.

Gran casino. Rien ne va plus (di Lebigre e Roger) – Voto: 8

Irriverente, ironico, graffiante e... luciferino. Dopo la parentesi di evasione dello scorso anno, i Lebigre tornano a cimentarsi con il linguaggio della satira politica. E lo fanno con intelligenza e al tempo stesso con grande maestria tecnica. Al tavolo verde in cui si giocano i destini dei popoli del pianeta siedono infatti i potenti della terra (da Trump a Putin, da Xi Jinping a Netanyahu) tutti magistralmente caricaturati, a conferma delle grandi doti di modellatura dei Lebigre. Di notevole effetto scenografico (anche se non una novità assoluta) il seggiolone ruotante su cui siede il diavolo e sul cui retro danza una ballerina equilibrista.

La gallina dalle uova d’oro (di Alessandro Avanzini) – Voto: 8

Un omaggio in satira a papà Silvano (e alla sua storica “Una bella covata” di metà anni Settanta), rivisitato però con lo stile moderno di Alessandro. Il “graffio” è identico, anche se i protagonisti sono giocoforza diversi: stavolta il bersaglio è la presidente della commissione europea Ursula von der Leyen, rappresentata come colei che - con il suo “ReArm Europe” - sta incrementando a dismisura le spese belliche facendo prosperare l’economia legata alla guerra. E non a caso le “uova” che cova sono missili e armi di ogni genere destinate a seminare morte e ad arricchire i signori della guerra. Per la potenza e la corrosività del messaggio, un o dei carri di maggiore impatto di questa edizione. Anche se la riconoscibilità della protagonista non è così immediata ad un pubblico non particolarmente attento all’attualità (la von der Leyen “soffre” anche della minore predisposizione ad essere caricaturata). Inoltre il volto della presidente Ue è troppo statico (poteva muovere almeno gli occhi). È invece di ottimo livello la colorazione, che con il giallo bronzo ben rappresenta gli strumenti di guerra.

I samurai del potere (di Luigi Bonetti)  Voto: 7,5

Sicuramente il miglior carro del triennio di Bonetti, tornato (felicemente) alla satira politica. I tre samurai alla conquista del pianeta - Trump, Putin e Xi Jinping - sono ben fatti e caricaturati e anche la lettura del tema è immediata. Un po’ tradizionale l’impostazione del carro, che comunque ha movimenti riusciti e una studiata tavolozza dei colori (con potenzialità ancora maggiori in notturna). Un po’ sproporzionato il drago alle spalle dei tre potenti.

Io vivo in questo momento (di Roberto Vannucci) – Voto: 7

Monumentale, coreografico, con scelte cromatiche intriganti (il bianco e nero del castello esterno, i colori caldi dell’interno quando si apre): “Io vivo in questo momento” è un carro che piace al pubblico dei viali a mare per l’effetto scenico e per l’accuratezza dei movimenti della donna che lavora a maglia. La costruzione di Vannucci è però un po’ troppo debole sul piano del tema (o, quantomeno, sulla sua immediata comprensione). Peccato, perché alcune scelte costruttive (per esempio la capigliatura fatta con i gomitoli di lana) sono sicuramente interessanti. Comunque sia, un buon carro.

The last hop(e ) – di Massimo e Alessandro Breschi – Voto: 6

Forse in una edizione di minor qualità media, le rane dei fratelli Breschi avrebbero trovato un posto più che onorevole in classifica. Ma, anche alla luce dei lavori dei colleghi, il loro “ The last hop(e)” (poco felice già nel titolo) ci sembra una delle costruzioni meno riuscite di questa edizione. Sono sicuramente di buon effetto i movimenti delle rane, che sembrano davvero saltellare sulle loro gambe. E azzeccato è anche il movimento del loro collo che si gonfia. Ma il carro nel suo complesso risulta vuoto. E anche la lettura del messaggio ambientalista («Il cambiamento climatico è una bufala», come da sarcastico sottotitolo) non è così immediata sul pubblico. Insomma, quello di quest’anno non è certo il miglior prodotto dei due fratelli Breschi.

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