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L’oratorio, il campetto e poi la grande Juve: l’incredibile vita di Luciano Bodini

di Luca Tronchetti

	Luciano Bodini, a lungo portiere della Juventus negli anni di Dino Zoff, indossa una delle maglie da allenamento dei bianconeri. A destra è insieme ai due nipotini durante una festa di compleanno in Versilia, dove vive tutta la famiglia
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Luciano Bodini, a lungo portiere della Juventus negli anni di Dino Zoff, indossa una delle maglie da allenamento dei bianconeri. A destra è insieme ai due nipotini durante una festa di compleanno in Versilia, dove vive tutta la famiglia

Sempre all’ombra di Zoff, da 30 anni adottato dalla Versilia dove insegna ai ragazzi. Un cambio di vita originato da un drammatico incidente stradale

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CAMAIORE. Dalle nebbie della bassa padana al mare e al sole della Versilia, il suo buen retiro tra una partita a carte, un aperitivo e una passeggiata sul Lungomare, oggi fa il nonno a tempo pieno accompagnando i nipotini Mattia e Tommaso alla scuola calcio. Ha festeggiato i suoi primi 70 anni, Luciano Bodini, il “dodicesimo per eccellenza”, cresciuto all’ombra del mitico Dino Zoff per poi essere scavalcato nelle gerarchie del calcio da Stefano Tacconi: in 10 anni di Juventus (1979-1989) ha collezionato soltanto 45 partite ufficiali (42 da titolare, 3 da subentrato) vincendo ben nove trofei: quattro scudetti, una Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Coppa delle Coppe, una Coppa Uefa e una Coppa Italia.

Vita in Versilia

Da oltre trent’anni Luciano Bodini vive nella sua casa di Fiumetto con la moglie Barbara e il figlio Matteo di 28 mentre Carlotta, la figlia maggiore, abita nella vicina Camaiore. Alla montagna fredda e piovosa della valle del Chisone (in Piemonte) con le tristi brume autunnali al caldo estivo Bodini ha preferito il clima mite delle coste tirreniche con il sorriso e l’allegria travolgente del Carnevale. Un cambio radicale originato da un drammatico incidente stradale in cui perse la vita la prima moglie Pinuccia. Una grande pena che Bonini, portiere introverso e riflessivo, tiene custodita nel suo cuore. «Ho cercato di andare avanti e ho avuto la fortuna di conoscere Barbara» racconta oggi Bodini. Galeotto fu il cinema e chi ci lavorava: «A fine campionato passavo le vacanze in Versilia, ma dopo la disgrazia avevo poca voglia di parlare a conoscere gente. A Tonfano c’era un cinema all’aperto e la sera mi rifugiavo lì. Alla cassa c’era lei. Ci siamo messi a parlare alla fine della proiezione del film e dopo poco ci siamo incontrati fuori e abbiamo iniziato a frequentarci. Lei è venuta a Torino e dopo qualche anno ci siamo sposati. Dopo tanto dolore sono stato fortunato. Ho incontrato una donna fantastica e a fine carriera ho messo radici in Versilia. Con gli amici veri, quelli della mia infanzia nel bresciano, ci sentiamo spesso al telefono. Ma adesso la mia vita e in questo angolo di Paradiso. La mattina mi alzo presto e vado in spiaggia per una corsetta veloce e per respirare a pieni polmoni l’aria di mare. Quando la sabbia brucia e il caldo si fa torrido mi ristoro nel fresco della pineta mentre nei pomeriggi uggiosi tiro fuori i pennelli e la tavolozza e dipingo i miei acquarelli. La pandemia ha interrotto la mia attività sul campo di allenatore dei portieri dei ragazzini dello Juventus Club e del Lido dei Camaiore».

Figlio d’arte

Nato a Leno, paese di 14mila abitante che negli anni Cinquanta era dedito all’agricoltura, il calcio irrompe nella sua vita dai primi vagiti. Babbo Giovanni, classe 1926, nel Dopoguerra e sino a trent’anni gioca tra B e C con le casacche del Brescia, Jesi, Piombino, Treviso, Livorno (vinse il campionato di C nel 1956), Pavia e Trapani: «Dal Piombino in B doveva passare in A nella Fiorentina assieme a Ferruccio Valcareggi, che poi allenò la nazionale campione d’Europa nel 1968, ma alla fine l’affare sfumò. Mia mamma Anna, 95 anni, ancora pimpante e attiva, ha allevato me e i miei tre fratelli sopperendo alle assenze di mio padre in giro per giocare a pallone. A pallone hanno giocato anche mio fratello Massimo, 62 anni, che è stato centrocampista di fascia in C2 nel Venezia, nel Campania Puteolana, nell’Ospitaletto, nel Leffe e nel Pergocrema mentre il più bravo di tutti, era il mio gemello Meraldo, un mancino fortissimo che si fece male nelle giovanili dell’Atalanta finendo per giocare in D nella Romanese, nel Vigevano e nel Fanfulla».

Dall’Oratorio all’Atalanta

Cresciuto nel quartiere Lamarmora accanto alla chiesa frequenta l’Oratorio e don Ferdinando, all’epoca parroco di Leno, tra un salmo e un miserere tira fuori un pallone e lascia liberi i chierichetti di giocare nel campetto adiacente alla parrocchia: «Divenni tifoso dell’Inter e in particolare di Corso, Suarez, Mazzola e Jair perché il maestro elementare era un tifoso sfegatato della Beneamata e spesso a scuola ci faceva ascoltare alla radio le notizie sportive. Mio padre, invece, mi portava allo stadio a vedere il Brescia e ammiravo Brotto, portiere delle rondinelle. Ma quanto ci divertivamo in parrocchia: ogni volta che uno di noi gonfiava la rete si alzava al cielo un solo grido “Ha segnato Gigi Riva” perché, a prescindere dalla nostra squadra del cuore, dalle nostre parti lui era già un mito».
Dopo le elementari Bodini viene ingaggiato dal Pejo Lonato e poi dalla Bettinzoli del quartiere Don Bosco di Brescia. «Ho sempre giocato in porta per volontà del mio gemello Meraldo, che era davvero fortissimo. Lui mi sistemava tra pali improvvisati calciando poi sia di destro che di sinistro mettendo alla prova il mio istinto e le mie capacità di reazione». Dopo le medie, Luciano prova a conciliare, senza riuscirci, lo studio, frequentando l’istituto tecnico commerciale, e il calcio con gli intensi allenamenti pomeridiani: «Ho sopperito a questa grave lacuna cercando di leggere di più in ritiro e nei giorni liberi». A 15 anni il provino che gli cambia la vita: «Mio padre conosceva un allenatore delle giovanili dell’Atalanta e portò me e il mio gemello a fare un provino. Io ero piccolo e magrolino e venni scartato, Meraldo lo presero subito. Ma lui intervenne in mia difesa: “Non vengo se non prendete anche mio fratello Luciano”. Entrai così negli Allievi della Dea dove ho avuto la fortuna di avere come allenatori ex portieri: da Carlo Ceresoli, eroe di Higbury negli anni Cinquanta, ad Enzo Matteucci sino a Zaccaria Cometti».

Napoli nel destino

A Napoli inizia e si conclude la carriera di Bodini. A 17 anni, in seguito a un incidente stradale che aveva tolto di mezzo per un bel po’ il secondo portiere Rigamonti, Bodini si ritrova in panchina in serie A. Il 23 gennaio 1972 allo stadio San Paolo si gioca Napoli-Atalanta: «Con la maglia azzurri c’è Dino Zoff, campione d’Europa e mito assoluto. Mi avvio verso la panchina quando lui mi scorge si avvicina e mi scambia per un raccattapalle. Il destino vuole che il 28 maggio 1972, ultima giornata di campionato, il Napoli di Zoff gioca a Bergamo e il mister degli orobici, Giulio Corsini, mi fa capire che mi farà entrare nell’ultimo quarto d’ora per il debutto in A. La squadra vince 3-1, ma io resto in panchina e alla fine debutterò in serie A cinque anni dopo: l’11 settembre 1977 in Atalanta-Perugia (1-1), parando anche un rigore al compianto Renato Curi».
Vent’anni dopo - il 30 marzo 1991 – Luciano Bodini si siede per l’ultima volta in panchina: «Dovevo smettere l’anno prima a Verona, ma a fine estate mentre mi trovavo in vacanza nell’Isola d’Elba ricevo la telefonata di Trapattoni, mio allenatore alla Juventus che era passato all’Inter, la squadra per cui facevo il tifo da bimbo, che mi chiedeva di raggiungerlo a Milano perché aveva bisogno di me come rincalzo di Zenga e alternativa al dodicesimo Malgioglio. Avevo 37 anni e mi sono seduto quattro volte in panchina. Al San Paolo è iniziata e si è conclusa la mia vita sportiva. Un segno del destino».

Da Pizzaballa a Zoff

A fregare Bodini, il numero 1 dei numeri 12, sono stati i colleghi longevi. Prima Pizzaballa, il gronchi rosa delle figurine Panini, a 38 anni titolare nell’Atalanta, poi il mito Zoff a 40 anni campione del Mondo e sino a 42 numero 1 della Juventus: «Pizzaballa è stato un portiere fantastico e un uomo meraviglioso. Mi è stato molto amico, mi ha aiutato tantissimo, anche se, per colpa sua, ho fatto un sacco di panchina e ho debuttato a 23 anni suonati». Poi Super Dino, dalla padella alla brace: «A Bergamo, anche se c’era Pizzaballa in gran forma, avevo trovato spesso posto. Alla Juventus avevo davanti un mostro sacro e dovevo rassegnarmi a fare anticamera fissa o quasi. Zoff era il portiere più forte al mondo. Nei cinque anni con lui ho imparato tanto sia come uomo che come calciatore. Dino ti insegnava a non mollare, a dare tutto: poche parole e tanta sostanza. A lui non piacevano le sceneggiate: se cadevi, ti diceva di rialzarti subito. Imparavi già osservandolo tra i pali durante l’allenamento. La Juventus mi aveva preso dall’Atalanta con altri calciatore proprio per sostituire il grande campione che doveva ritirarsi da un momento all’altro. Invece mi ha fregato perché è andato avanti ancora a lungo. Ma lui era un campione assoluto e voleva sempre vincere. Anche a carte nei ritiri era competitivo».

L’amico Scirea

A Gaetano Scirea Bodini era legato da una straordinaria amicizia: i due dividevano la stessa camera in ogni ritiro e facevano coppia fissa a scopa nei momenti di relax prima delle partite: «Eravamo due tipi tranquilli. Avevamo giocato assieme nelle giovanili dell’Atalanta che nel 1972 arrivò in finale di Coppa Italia Primavera perduta contro la Roma e, in quella squadra, allenata da un giovanissimo Ilario Castagner, c’era pure Antonio Percassi attuale presidente degli orobici. Scirea era una persona eccezionale, molto riservata. Come giocatore era elegantissimo, il più forte nel suo ruolo. Non c’erano né Beckenbauer né Baresi. Quando decideva di partire palla al piede e uscire dalla difesa in tre passaggi andava in porta. La sua perdita mi pesa ancora oggi e mi sento spesso con la moglie Mariella e il figlio Riccardo».

Boniperti e Agnelli

Se Bodini è rimasto così a lungo nella Juventus pur giocando poco il merito è in buona parte da attribuire al presidente Giampiero Boniperti : «Mi stimava tantissimo, ero tra i suoi preferiti. Apprezzava il grande impegno e la mia buona volontà nel volere imparare allenandomi con intensità come dovessi giocare la finale di Champions. Sono sempre stato un tipo tranquillo che restava al suo posto, capace di sopportare la solitudine della panchina con pazienza, sacrificio delle proprie ambizioni, accantonamento dell’ego e capacità di restare concentrato come se si dovesse entrare all’improvviso». La dimostrazione della grande considerazione del presidente bianconero si manifesta quando Trapattoni, dopo un iniziale alternanza, sceglie Tacconi come titolare del dopo Zoff: «Andai a parlare con Boniperti e gli dissi che sicuramente ero inferiore a Dino, ma non mi sentivo inferiore a Tacconi. Non poteva entrare nelle scelte tecniche, ma poiché aveva grande fiducia in me mi aumentò l’ingaggio e mi disse che sarei rimasto alla Juventus fino a quando sarebbe rimasto lui. Accettai di buon grado, perché lo stile di quella società era un’altra cosa rispetto alle altre squadre e chi è andato via se n’è accorto subito. Grazie a lui sono diventato il dodicesimo ideale».
L’avvocato non lo chiamava alle 5 del mattino per chiedergli conto delle sue condizioni di salute: «Veniva a trovarci il sabato con il suo elicottero privato nel ritiro a Villar Perosa. Voleva sapere tutto, s’informava su noi e sui nostri cari. Ricordo una telefonata in sede preoccupato per lo stato di salute di mia figlia Carlotta, colpita da una grave forma di bronchite. In pochi minuti arrivò a casa il medico sociale con la moglie, una nota pediatra, mi mandarono in farmacia per acquistare un medicinale evitando di ricoverarla in ospedale.
Con l’Avvocato ho parlato a tu per tu una sola volta. Mi feci male in allenamento e il massaggiatore De Maria mi portò negli spogliatoi per medicarmi. In quell’istante entra Gianni Agnelli in jeans e maglione e si mette a parlare con me per una buona mezz’ora sulle partite di Coppa e di campionato che attendevano la squadra spronandomi a riprendermi il posto tra i pali proprio in occasione della sfida più attesa del campionato, quella contro l’Inter.
Sarà un caso, ma giocai titolare e vincemmo 2-0 con reti di Vignola e Platinì. Un successo determinante per conquistare il tricolore».
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