Il Tirreno

Versilia

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La grande storia di Virginia Mei, balia per gli inventori del cinema

di Ilaria Bonuccelli

	Una foto (archivio del Tirreno) di Sergio Bernardini davanti a Bussoladomani a Lido di Camaiore
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Una foto (archivio del Tirreno) di Sergio Bernardini davanti a Bussoladomani a Lido di Camaiore

Versilia: la mamma di Sergio Bernardini, allattò i figli di Louis Jean Lumière. Per questo il creatore della Bussola e di Bussoladomani nacque a Parigi

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“Piro piro piro. Piro piro piro. Piro piro piro. La voce chioccia, un falsetto da cortile, chiama le galline una a una. La nerina, la nanina, la bianchina. È l’ora del becchime. E delle quattro chiacchere con Virginia. Le galline zampettano verso il centro dell’aia con andamento impaziente. Non è tanto per la pioggia di mais. Sono le parole che rotolano giù da quella donna imponente. Confidenze di metà pomeriggio, con quella voce fumosa che gratta l’aria frizzante delle campagne lucchesi. Macché lucchesi. Della Piana lucchese. C’è la sua differenza.

Vista da fuori la scena sembra bizzarra. È bizzarra. Per tutti. Non per Virginia. Da decenni è abituata alle più assurde diavolerie. Ci convive, facendo dei marchingegni la propria normalità. Perché lei c’era già all’epoca delle invenzioni del secolo. Ci viveva in mezzo alle invenzioni del secolo. E ai loro imprevedibili sviluppi. Era a Parigi negli anni Venti del Novecento, quando i fratelli Lumière, Auguste Marie Louis Nicolas e Louis Jean si gingillavano con il loro cinematografo. Avevano già scioccato (alla fine dell’Ottocento) il mondo contemporaneo con quel treno in movimento che sembrava voler uscire dallo schermo. Virginia era lì, proprio in casa di Louis. Ad allattare i suoi figli. Virginia Mei Bernardini, era la mamma di latte di uno degli inventori del cinema.

Usava a quel tempo. Le chiamavano le “balie” da latte. Aveva seguito l’esempio di altre donne della Piana lucchese. Anche avevano fatto esperienze illustri, anche se non se ne vantavano. Ma un nome (in un certo senso) se l’erano fatto: la Maria Mencarelli della Badia, ad esempio, che in piena prima guerra mondiale era stata la balia del figlio del ministro francese Laval e poi del figlio della duchessa Rothschild. E, poi, quell’altra, sempre della Badia, la Amelia Pistoresi Rombi che allattava i gemelli della duchessa Charlotte de Wutttermberg (di Sassonia), uno dei quali destinato alla reggenza durante l’occupazione tedesca.

Virginia Mei (Bernardini da sposata) viene da Marginone, frazione di Altopascio. A differenza delle balie della Badia resta fuori dalle case della politica (difficile) di inizio Novecento. È una balia d’arte: dev’essere per quello che suo figlio, Sergio, poi si inventa la Bussola, il Bussolotto, Bussoladomani. Crea il mito della Versilia. Riconosce il talento di tanti nipotini e non esita a lanciarli: Adriano Celentano, Mina (quando ancora si chiamava Baby Gate). Convince De Andrè a fare i concerti dal vivo a metà anni ’70. Prima porta Liza Minnelli, Loui s Armstrong , Chet Baker dall’America in quella terra di mezzo - fra Viareggio e Forte dei Marmi - che sono le Focette. Ma queste cose sono lontane, nemmeno immaginabili quando Virginia, è emigrata in Francia. Lì, a Parigi, il 7 maggio 1925 nasce Sergio nella foresteria che Louis Lumièr mette a disposizione di Virginia Mei e del marito Italo Bernardini che la raggiunge e trova lavoro come giardiniere degli inventori del cinema. Ma anche questo accadrà dopo.

Mamma Virginia – ricordava nei primi anni Duemila la figlia Lilia che, a 86 anni, viveva a Marginone nella solita corte Bernardini - parte da sola negli anni Venti del Novecento per Parigi. È già sposata con Italo e ha già due figli: Lilia (Abilia) e Giuseppe. Lascia tutti ad Altopascio. Italo lavora nelle fornaci di Altopascio alle Case Rosse. E corre in bicicletta, da professionista. Con qualche successo. Una volta, la bella Virginia lo va anche ad aspettare all’arrivo, a Chiesina Uzzanese: Italo scende di bicicletta, le va incontro e le dà uno schiaffo. Accompagnato da poche parole: «Tu devi stare a casa». E, infatti, Virginia parte per Parigi. Prima tappa di una vita da emigrante insolita. «Mi ricordo di mia madre che allatta i figli di Louis – raccontava Lilia – e anche di una volta che sono stata invitata a mangiare a casa dei Lumiere. Ma gli altri ricordi sono sfocati. Ero piccola». Nitido, però, è ancora il giorno della nascita di Sergio. Il bambino nasce debole. E assai malato. L’ostetrica, all’insaputa di Virginia, battezza il neonato “Antonio” perché è figlio di italiani. La balia toscana, però, non ci sta e chiama suo figlio Sergio. Infischiandosene del fatto che nei documenti ufficiali Sergio compare come Antonio.

Dopo la nascita di Sergio, comunque, Virginia e Italo decidono di lasciare Parigi. E scendono verso Torino. Dove la ex balia dei Lumière apre con il marito un ristorante: Lepanto. Il locale pioniere della cucina toscana nella ex capitale sabauda, dice Marco Bernardini, il nipote giornalista di Virginia. Che, alla voce evocazioni, rintraccia ancora il profumo di ribollita della nonna. Insieme al castagnaccio e alla farinata di ceci (la cecina).

Il ristorante Lepanto va avanti fino alla fine della seconda guerra mondiale. Poi Virginia, Italo e Sergio – ancora senza Bussola – decidono di tornare in Toscana. A Marginone. Mentre Pino e Lilia restano a gestire il ristorante a Torino. I tempi, però, non sono ancora facili. Un giorno Italo esce di casa e dice alla moglie: «Vo a fare un giro». E si imbarca per l’Argentina, dove ha dei parenti. «Io – riprende Marco Bernardini – avevo pochi anni. Ma me lo ricordo: non è che il nonno scomparve del tutto. Ogni tanto si faceva vivo. E mia nonna aspettava. Zitta. Era una donna di fatto. Una nonna da battaglia. Quando, infatti, rientrò Italo, senza scomporsi gli disse: “Senti, ora vado io a comprare le sigarette”. E mollò il marito per andare in America, da certi parenti a Chicago. La accompagnammo a Genova: prese i tre figli e si imbarcò sulla Biancamano. Tornò un anno dopo. Ma non mi meraviglia. Non da una donna che un giorno a Montecatini recuperò Fausto Coppi e lo invitò a casa: gli organizzò una festa che fece epoca. Coppi a Marginone: fu un evento» .

Non l’unico nella vita di Virginia. Che mentre Sergio inventa la Bussola si crea una vita di provincia al limite dell’eresia, per l’epoca. Virginia è una donna che fuma, da tempo (anche se smetterà offrendo il sacrificio in voto, per la guarigione del nipote Guido). Ed è una grande giocatrice di carte: tutti i pomeriggi, c’era la sfida a briscola, scopa o tressette. Ogni tanto è ammessa anche la variante dello scopone scientifico. Il tavolo è sempre lo stesso: Virginia, due cugine e la perpetua del monsignore. Si gioca di soldi: dieci lire a partita. E il ricavato va sempre, rigorosamente, alla chiesa. Nessuno si tiene nulla.

Nel frattempo Sergio si è spostato in Versilia. La mamma, però, non lo segue. È innamorata di Marginone. E del suo bosco lì vicino, dove fa a fare lunghe passeggiate. E, poi, c’è il bar a Lucca. Davanti a Guerrieri, il negozio di cappelli. Il bar è stato aperto dopo l’esperienza torinese. È un bar piccolo. Virginia fa la sua vita e osserva, con orgoglio di chioccia, i successi di Sergio, malgrado quel nome Antonio che un’ostetrica francese dozzinale e stereotipata ha insistito per dare al figlio. Sergio non userà mai quel nome. Da impresatio, anzi “bottegaio” ingaggia tutti i miti musicali della ricostruzione. Italiani e americani. Non se ne lascia scappare uno. Ha l’arte nel sangue. E nel latte. Il locale si chiama “La Bussola di Bernardini”. Senza Bernardini non c’è la Bussola. E poco anche la Versilia. Un palcoscenico immancabile, dagli anni Cinquanta in là. Per Paoli è «la chiesa della musica».

La Vanoni dice che se non cantavi lì «non eri importante». La mamma osserva i successi di Sergio da lontano. Ma Sergio glieli porta a domicilio. La tira giù dal letto, alle 4 del mattino. Dopo le seratissime. Nessuna cena al ristorante. Tutti da Virginia a mangiare il pollo fritto. Che è più buono, quando è improvvisato all’alba. Con Carosone seduto al tavolo, un po’ frastornato. Buona la cena. L’aia di Virginia. La sua ribellione. Il suo anticonformismo. Sottile. Acuto. Incantatore. Fino alla fine per il suo Italo. Rude, spiccio. Di poche parole. Forse per conservarle tutte per lei. Per il suo letto di morte. Per quelle due ultime ore da soli. Chiusi in camera. Con tutto il mondo fuori. Parigi. La Merica. Tutto. Tranne loro due.
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