Il Tirreno

Versilia

La storia

Arturo Maggi, il ristoratore versiliese che ha detto no a Madonna: «Di sabato non lavoro»

di Tiziano Baldi Galleni

	Arturo Maggi con la moglie Maria nella loro Latteria San Marco a Milano
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Arturo Maggi con la moglie Maria nella loro Latteria San Marco a Milano

Ha rifiutato la prenotazione alla star nel suo locale a Milano, la Latteria San Marco che dal 22 dicembre chiuderà: «È stato un viaggio lungo 58 anni, è ora di andare in pensione»

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STAZZEMA. Arturo Maggi, 85 anni di età, non ha mai pensato al successo, neppure quando a vent’anni partì per Milano. Neppure voleva fare i soldi. Quando scappò (è questa l’esatta parola che usa) da Levigliani dove è nato e da Forte dei Marmi dove lavorò per la prima volta in un ristorante (il ristorante Aldo, poi divenuto Maitó), desiderava solo trovare un lavoro dignitoso, per la qualità della sua vita. Non è un caso, infatti, se la Latteria San Marco – il locale milanese che ha fondato con la moglie Maria e che oggi è «famoso anche ad Hollywood», come sottolinea con orgoglio – il sabato e la domenica è chiusa.

Dopo aver annunciato la fine dell’attività – il 22 dicembre Arturo e Maria inizieranno a godersi la meritata pensione – al ristorante arrivano ondate di prenotazioni. Tra queste c’è stata quella di Madonna, la rockstar internazionale, alla quale è stato risposto di no, perché lei voleva andarci di sabato e nel weekend il locale è chiuso, sempre, per tutti.

«Abbiamo aperto in questa strada, via San Marco, zona Brera: una zona che da allora – raccontano Arturo e Maria – ha avuto uno sviluppo incredibile. Si sedevano da noi clienti che al tempo erano piccoli artigiani in cerca di successo e poi sono divenuti imprenditori di fama. Come Miuccia Prada, Giorgio Falck presidente delle acciaierie, la famiglia del cognac Vecchia Romagna, i proprietari di Fernet Branca, i Pirelli e i Feltrinelli. Ma venivano anche quelli Lotta Continua. È stato un viaggio lungo 58 anni, abbiamo visto cambiare Milano e abbiamo avuto la fortuna di trovarci nella via giusta con la capacità di cucinare piatti sani e di qualità».

A fare la storia è stata soprattutto una loro invenzione, lo spaghetto al limone. Ma non mancano sul menù un paio di ricette versiliesi: l’incavolata (‘ntruglia) e il castagnaccio. Arturo, prima di partire per Milano, lavorò sei anni nelle cave di Levigliani, sul monte Corchia, e nella cosiddetta casa del fabbro dove si riparavano gli attrezzi per la cava. Un lavoro troppo duro, al quale alternava nei periodi invernali, in cui non si estrae marmo, la mansione di cameriere e barista al Forte da Aldo. «Ho ancora casa a Levigliani – racconta – e non si tocca, perché è dove sono nato. Ci torno tre giorni ogni anno l’estate».

Ma la sua quotidianità ormai è a Milano, «ne sono innamorato e ho dato la mia vita qui», troppi brutti ricordi della Versilia che ha rappresentato per lui un periodo di fatiche e fame. «Fu il titolare di Aldo che mi fece venire a Milano: aprì un secondo ristorante qui», prosegue il racconto di Arturo con l’aiuto della moglie. Da quel momento, prima di arrivare alla Latteria San Marco, per lui e Maria ci sono state altre avventure fra bar e ristoranti. «Un giorno, per caso, passai davanti a questa piccola latteria ed era vendita. Io cercavo proprio un posto più piccolo da gestire, rispetto ai precedenti, insieme a quella che da lì a poco sarebbe divenuta mia moglie. Non volevo dipendenti e non volevo fare chissà che guadagni. Mi bastava un lavoro dignitoso».

Così nel ’65 divennero proprietari della latteria e già dopo due anni quel piccolo luogo in cui possono sedersi tutt’oggi fino a massimo 34 clienti era già un successo. «Essere a due passi dalla sede del Corriere della Sera ha aiutato molto a farci conoscere – prosegue Maria – e da lì è stato un passaparola continuo. Gli spaghetti al limone sono diventati internazionali. Poi cuciniamo solo nell’argento perché aiuta ad addolcire e migliorare i cibi. Certo è costoso ma abbiamo sempre pensato primariamente ai valori».

A maggio del 2024 Arturo e Maria festeggeranno i 60 anni di matrimonio e hanno deciso di andare in pensione. «Ogni giorno alle 5,45 siamo già in cucina a preparare tutto», aggiungono. Negli anni sono diventati amici dello chef del presidente Obama, quando era in carica. E oggi, dopo che la notizia della chiusura ha fatto il giro del mondo, stanno tornando a Milano vecchi clienti da ogni parte, per sedersi per un’ultima volta in quello che è un ambiente familiare, che sembra la casa di Arturo e Maria.
 

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