Gioco
Viareggio, che bella la storia del Signor G nel docufilm che sa di salmastro
Aneddoti, testimonianze e un po’ di Viareggio in “Io, noi e Gaber”
VIAREGGIO. Ma quanto c’è di Viareggio in “Io, noi e Gaber”, il docufilm sul Signor G appena uscito nelle sale cinematografiche di tutta Italia? La risposta, ve lo diciamo subito, ha deluso le aspettative di chi ha preso posto ieri pomeriggio sulle poltroncine del cinema Centrale: solo pochi minuti sui 135 del film – leggermente troppi, a detta di alcuni spettatori – sono dedicati, ad esempio, al mitico Casablanca in Passeggiata o alla “Padula”, la casa di Montemagno sulle colline di Camaiore dove Giorgio Gaber lasciò questo mondo il giorno di Capodanno di vent’anni fa. Per carità, nei titoli di coda – o credits, come direbbero gli istruiti – viene citato il Comune di Viareggio al fianco di quello di Milano per il patrocinio concesso alla pellicola diretta da Riccardo Milani. E nella presentazione che si trova qua e là su Google si parla di un film girato, appunto, tra le due città.
La scena iniziale in cui si vedono le controfigure di Gaber, della moglie Ombretta Colli e della figlia Dalia – che però ha sempre preferito comparire con il cognome completo Gaberscik – giocare e scherzare sulla spiaggia prometteva bene. Così come, nella parte iniziale del docufilm, viene dato spazio alla Bussola di Focette con il compositore e produttore discografico Massimiliano Pani, il figlio di Mina, a portarci indietro nell’Italia che negli anni Cinquanta scopriva il rock. E anzi, lo stesso Gaber, Adriano Celentano, la succitata “tigre di Cremona” ed Enzo Jannacci vengono definiti i “Fab Four” di casa nostra.
C’è tanta Viareggio – almeno quello! – nella veracità e nella spontaneità di Sandro Luporini, il paroliere di un’infinità di successi del teatro-canzone di Gaber: appare dopo una ventina di minuti dall’inizio del film e strappa più volte risate, dal “io ero molto comunista, lui un po’ meno di me” alle considerazioni su “Destra-sinistra”, lasciando intendere senza giri di parole che spesso non viene colto il vero significato di quel brano, mentre si fa serio quando dice che gli manca Giorgio «perché è raro che l’affetto coincida con la stima reciproca».
Non molti, dicevamo, gli scorci di Viareggio e della Versilia: il Caffè Margherita, l’Hotel Plaza, il Casablanca, la spiaggia della Lecciona. Gli appassionati di Carnevale, invece, noteranno – e apprezzeranno – le inquadrature su un dipinto di Luporini che raffigura un carro del 1973. Non azzardiamo una recensione dell’ultima fatica di Milani: del resto, state leggendo il Tirreno, mica il dizionario dei film confezionato ogni anno da Paolo Mereghetti o Morando Morandini. Ci limitiamo a dirvi di andarci, perché vengono fuori aneddoti di colore, passano in rassegna grandi nomi della musica italiana in qualità di intervistati e lo spettatore percorre un viaggio nelle trasformazioni della società italiana. E poi perché, in fondo, Gaber è tremendamente attuale, specie quando parlava di "ideologia del mercato": la parentesi dedicata a "La mia generazione ha perso" ripresenta l'eterno dilemma dell'eredità dei sessantottini alle nuove generazioni, però è bene ricordarci che anche se "sta sprofondando il mondo [...] non è mai finita" e che "tutto quel che accade fa parte della vita".
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