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Il ricordo

«Oh bimbo, tirimi sul cavalcavia». Viareggio, oggi la Robertona avrebbe 100 anni

di Stefano Pasquinucci
«Oh bimbo, tirimi sul cavalcavia». Viareggio, oggi la Robertona avrebbe 100 anni

Figlia di un calafato e di una lavandaia, questa donna gigantesca fu amatatissima. Aiutava i ragazzi a trovare lavoro in Darsena, pensava agli orfani del De Sortis. Il ritratto di un grande personaggio

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È stata, è, uno dei personaggi più genuini e caratteristici di Viareggio. Vive nella memoria e nel ricordo di chi l’ha conosciuta, ha visto le sue foto - indimenticabile quella di Renzo Belli, preside del nautico con incredibile talento per lo scatto, che la ritrae in bicicletta sotto la pioggia - o ne ha solamente sentito parlare: la “Robertona”. Racconta la sua storia la nipote Alfreda. Lo fa con affetto e una commozione coinvolgente, partendo da una data di quelle che fermano il tempo, il centenario della nascita. Roberta Virginia Biancalana, infatti, nasce a Viareggio il 1° novembre del 1923, significativamente lo stesso giorno di Lorenzo Viani (1882), il pittore che di Viareggio è davvero il simbolo. Come lo è la Robertona, dei personaggi di una città che anarchica e inafferrabile lo è sempre stata.

Suo padre era Alfredo Biancalana, un calafato, un mestiere talmente importante che una volta richiedeva otto anni di apprendistato prima di ottenere il titolo: rendere impermeabile lo scafo delle navi, costruite in legno, era più di un’arte. Era vita. La mamma, invece, Rosa Gianna “Giannina” Simoncini era una lavandaia. Ed era proprio Roberta che, con un carretto di legno attaccato alla bicicletta, ritirava e riportava i panni da lavare direttamente nelle case di chi ne faceva richiesta.

Roberta - la più grande di tre sorelle, le altre due si chiamavano Ivana e Raffaella - era amica di tutti. A chi non la conosceva, con quella sua figura possente, incuteva un certo timore; in realtà era buona, simpaticissima, generosa, sensibile ed esuberante. «Ha fatto veramente del bene» – sottolinea Alfreda che con il fratello Alberto e il cugino Luca sono i testimoni che riportano a galla i ricordi – «voleva bene alla gente e, per questo, molte persone facevano grande affidamento su di lei, contando sulla sua illimitata generosità». Era una donna che si dava tanto da fare anche per trovare un lavoro ai più giovani, soprattutto nei cantieri della Darsena.

La domenica e nei giorni di festa comandata andava alla messa e tutti gli anni, ad ottobre, faceva visita al Santuario di Montenero. La mattina prendeva la Lazzi (allora il pullman si chiamava così, con il nome della compagnia) e tornava nel pomeriggio con un regalino benedetto per tutti; la calamita con la Madonna per la macchina e medagline che regalava a chi riteneva meritevole. A Natale, poi, non si dimenticava mai dei bambini del De Sortis, l’orfanatrofio della città.

Era legata a quelle cose che i viareggini custodiscono nel cuore... le Zebre, la squadra di casa (era una vera e propria intenditrice di calcio), il Carnevale, lo sport in generale. Presenziava alle più importanti manifestazioni pubbliche, non passando certo inosservata. Frequentava il Bar Roma, era molto amica dei componenti delle famiglie circensi dei Togni e degli Orfei ed era una “sensala”, nome che rievoca le estati lunghe con i bagnanti in casa. Con l’arrivo della primavera la si poteva incontrare sul viale dei Tigli, all’angolo con via Coppino, in Darsena, comodamente seduta e con un cartello “Affittasi case” in bella vista. Al suo fianco, immancabile, il fido cane Dick, un setter bianco a cui faceva indossare occhiali da sole.

Fumava Gauloises Blu senza filtro e si muoveva a bordo di un Solex rinforzato a cui era stato applicato un sellino enorme. Indossava un grembiule cucito a mano dalla sorella Raffaella e una larga mantella, abbinata a una borsa, fatte con tele della veleria Puosi. In molti l’avranno incontrata ai piedi del vecchio cavalcavia, in attesa di qualcuno che la aiutasse a salire. Perentoria, in questo caso, la sua richiesta: “Oh caccoloso attacchimi...”. Per dire quanto fosse conosciuta in città, c'è un episodio tra i tanti che lo conferma sopra tutti.

Siamo a metà degli anni ’60. Roberta stringe amicizia con dei ragazzi tedeschi che erano in vacanza in un campeggio sul viale dei Tigli. Li porta a visitare Pisa, Livorno, Lucca e altre città vicine. Quando tornano a casa per ringraziarla decidono di spedirle una foto del gruppo con lei al centro. Non sanno, però, il suo cognome né, tanto meno, l’indirizzo. Hanno solo pochi riferimenti: “Signorina Robertona, Viareggio, Lucca, Italia”. Nessun problema, il pacchetto arrivò regolarmente nella casa di via dei Comparini. Impossibile non sapere chi non fosse la Robertona.

Muore all’età di 59 anni, l’8 giugno del 1982, l’anno in cui l’Italia avrebbe vinto i Mondiali con Paolo Rossi, Bearzot e un partigiano come presidente. Le ultime parole, dal letto dell’ospedale ancora a Viareggio, non sono per se stessa, ma per il nipote che accompagnava ogni giorno all’asilo...: «Chi lo va a prendere il bimbo...?» riesce a dire pochi istanti prima di chiudere gli occhi. E se anche voi, a questo punto della lettura provate a chiudere i vostri occhi, sicuramente la “rivedrete” in quella affascinante dimensione che sono i ricordi e le emozioni. Proverete lo stesso brivido delle migliaia di persone che, nei giorni del Carnevaldarsena del 2020, ebbero la fortuna di incontrarla in quello straordinario omaggio che le fece Marco Bemi, a cui, per questo, fu assegnato il “Trofeo Beppe Bugia”. Un premio a una figura felliniana del vissuto viareggino intitolato a un altro personaggio di quello che siamo e siamo stati. Tutto da raccontare. Ma questa è un’altra storia. Oggi è il giorno di Roberta, anzi della Robertona: auguri.

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