Il Tirreno

Versilia

Il ricordo

La morte di Pierantonio Graziani, il figlio: «Vi racconto che uomo era mio padre »

di Chiara Graziani
Pierantonio Graziani in una foto tenerissima con il nipote Pier Francesco
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Pierantonio Graziani in una foto tenerissima con il nipote Pier Francesco

Sedici anni fa moriva il giornalista e senatore camaiorese che diventò parlamentare europeo «per un gesto di generosità disinteressata»

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CAMAIORE. Sedici esatti anni fa all’ospedale Versilia dove era stato portato d’urgenza perché i polmoni avevano smesso di accettare l’ossigeno delle bombole, se ne andò, quasi all’alba, mio padre, Pierantonio Graziani. Non mi dette il tempo di raggiungerlo, il cellulare squillò prima di Civitavecchia sulla piattaforma dell’Intercity della notte fra Napoli e Viareggio dove, nel frastuono, percepii solo due parole, quelle definitive. Definitive per tutti, non per me. Dice il libro della Sapienza “fa esperienza della morte colui che le appartiene”. Pierantonio, per tutti Pierino, non le appartenne mai.

Accade, in questo sedicesimo anno, che amici cortesi e sensibili abbiano voluto spontaneamente ricordarlo ancora con sincera riconoscenza (ricordiamo per tutti, l’amico Giovanni Lorenzini) . È stato ricordato il politico, l’uomo, l’intellettuale, il giornalista che seppe tenere con coraggio la barra dritta in ogni stagione, non ultima quella dell’assalto allo Stato da parte delle Brigate rosse e delle forze sotterranee che lavorarono perché prevalesse il – mai morto – disegno di dissoluzione della Costituzione: «La libertà – disse incarnando in diretta il volto del Tg1 dopo la vile gambizzazione del direttore Emilio Rossi – è un sistema fondato sul coraggio».

Non amava formalità, celebrazioni, gli anniversari. Ma davanti al ricordo ininterrotto del quale da anni siamo testimoni e che sa di autentico rimpianto, credo che ringraziare non basti più. Occorre vi racconti, finalmente, dopo 16 anni una piccola parte di una storia umana che – premetto – vi parrà incredibile in tempi in cui, come canta il maestro Guccini, la «politica è solo far carriera, perbenismo interessato, dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto». Vi racconterò, dunque, se avrete voglia di ascoltarla, la storia di come un politico che stava sempre con il torto (torto d’esser povero, orfano, migrante, operaio morto sul lavoro), arrivò al Parlamento Europeo perché fece un gesto di generosità disinteressata. In cambio fu, letteralmente preso sulle spalle, come in un film di Frank Capra, da decine di amici fedeli, dalla gente comune che si riconosceva in una persona pulita e coerente, dalla sua numerosa famiglia, mia madre comandante in capo e noi cinque figli a lavorare in squadra giorno e notte con il telefono di casa e due cellulari personali, fino alla tremenda notte dello spoglio delle preferenze (chi scrive si presentò al Viminale, quella notte mentre papà, lui, ronfava sereno e mio fratello Giovanni teneva il polso allo sconfinato collegio in subbuglio). Fu la risposta di migliaia di persone a portarlo ad un risultato probabilisticamente e matematicamente impossibile. Qualcuno, oggi, parlerebbe di ondata populista ad personam. Talvolta il popolo parla, in effetti. Occorre farsene una ragione. Di certo tanti che non avrebbero votato, e tanti che non avrebbero votato Ppi, quella volta andarono.

Veniamo all’atto di generosità. Era l’orribile1994 nel quale la credibilità della politica massacrata dalle inchieste era zero. Il segretario del partito popolare, Lapo Pistelli, aveva difficoltà a mettere insieme la lista per le Europee di giugno: nessuno voleva un posto in lista. Il solo seggio in palio era già appannaggio di Carlo Casini, centomila preferenze garantite grazie al Movimento per la Vita. Candidarsi per cosa? Offrire la faccia in un momento tragico? E senza neppure una chance remota? Pierino, dopo due legislature in Senato, si era intanto serenamente ritirato a Camaiore. Ma, viziaccio suo che era democristiano dal 1946, che aveva vegliato il feretro di De Gasperi in rappresentanza dei giovani Dc, che aveva intrecciato amicizie intellettuali ed umane profondissime con tanti protagonisti del cattolicesimo democratico da direttore del Popolo e da parlamentare, una mattina ebbe l’idea di andare in sezione. Lì contò nove nomi sull’elenco degli iscritti. Nove. Il deserto. Tornò a casa e comunicò: «Mi candido io alle Europee. Qualcuno deve farlo».

Noi, la sua famiglia, decidemmo che, nell’impossibile, avrebbe fatto il massimo nello sconfinato collegio Toscana Lazio Umbria e Marche da coprire in poco più di un mese. Costruimmo un’agenda, ricostruimmo un indirizzario che andava dai “piani alti” ai parenti, conoscenti, compagni di studi: fu ordinato – e pagato in proprio – l’indispensabile del materiale elettorale che mia madre centellinava come quando faceva le parti a tavola; a ciascuno secondo il bisogno. Dopo un primissimo periodo a telefonare, ad un certo punto i telefoni iniziarono a squillare di rimando. “Abbiamo saputo…” era l’approccio di noti, meno noti, sconosciuti. I volantini elettorali iniziarono ad essere caricati sui pullman interregionali di linea dove gli autisti si mettevano spontaneamente a disposizione. Ed arrivavano davvero, ovunque. La Rai non lo invitò mai, men che meno Mediaset, lui che aveva fatto la storia del Tg1. Ma intanto la rete della gente comune macinava strada fra i sorrisini degli esperti: dove crede di andare Graziani? Il punto è che Graziani non credeva di andare da nessuna parte ma faceva, umilmente, il suo. Intanto il passaparola si allargava. Tanto che, ad un certo punto, noi figli procurammo un appuntamento a Pierino con monsignor Luigi Di Liegro, storico fondatore e direttore della Caritas. Si presentò con umiltà, recalcitrante, quasi convinto di disturbare, lo dovemmo letteralmente spingere dentro a San Giovanni in Laterano. Di Liegro gli aprì le braccia. Come molti dei suoi avevano già fatto.

Ricordo l’interrogatorio sottile ma strettissimo al quale lo sottopose la comunità delle suore della parrocchia di San Frumenzio in Roma. All’insidiosa ultima domanda «avrebbe qualche altro nome oltre al suo da suggerirci?»” ricordo Pierino rispondere: «la prima scelta è senz’altro Carlo Casini con il movimento per la Vita. Se poi, sorelle, voleste aggiungere anche il mio nome ne sarei felice». La Madre superiora, allora, prese per mano il candidato e gli disse: «Noi preghiamo tutte per la sua elezione». Crediateci o no Pierino rispose «per carità madre, pregate per qualcosa di meglio». Fu in quel giorno che qualcosa mi disse che, forse, le cose non vanno sempre come il mondo prevede. E dopo una terribile notte di spoglio – dati in arrivo, in sospeso, contraddittori – andò proprio così. Non solo Pierino, che se n’era andato a dormire convinto di aver finito l’opera del suo dovere, aveva messo insieme in poco più di un mese ventimila preferenze dal nulla, ventimila preferenze in cerca di autore e di rappresentanza. Ma scattò pure l’assegnazione del secondo seggio, sul quale nessuno avrebbe scommesso un centesimo. Quella campagna elettorale fu tante cose ancora, tutte belle ed inattese (anche una telefonata da parte di “Francesco”, ex inquilino del Quirinale, iniziò con il fatidico «ho saputo che ti candidi») . E fu un momento della storia bella ed incredibile di un uomo libero, fedele alla verità, in debito con nessuno, che mise tutte le sue armi intellettuali al servizio di un mondo migliore.
 

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