La protesta
«Chi ha sbagliato deve pagare». La rabbia di mamma Antonia
Antonia Frasca ha perso nel disastro ferroviario la figlia Stefania e due nipotini Il ricordo dei giorni dopo la strage, a due voci con Antonietta, sorella e zia
VIAREGGIO. Non cercate il volto di mamma Antonia questa sera al corteo che celebra il 14esimo anniversario della strage da 32 vittime. Non la incontrerete. «Io non mi sono mai fatta avanti: ho sofferto e soffro dentro», racconta al Tirreno in un incontro che a distanza di tanti anni rinnova tutto intero lo strazio di questi giorni: «Sto al cimitero fino a mezzanotte. Sono 14 anni che vado al cimitero fino a mezzanotte. Al mausoleo pulisco, sistemo, faccio tutto. Anche quest’anno, dopo 13 anni, sarò fissa al cimitero». Di Antonia Frasca, madre di Stefania Maccioni e nonna di Luca e Lorenzo Piagentini (tutti e tre morti per le ustioni riportate la maledetta notte del 29 giugno 2009), oltre che di Leonardo (salvato ferito ma vivo dalla macerie della casa crollata), c’è un’immagine che racconta tutto: 12 anni di aule di Tribunale e lei intenta a spiegare le magliette con i volti delle vittime del disastro ferroviario di Viareggio sulle 32 sedie vuote. Per poi ripiegarle con il gesto domestico di tutte le donne della storia del mondo. Una sofferenza, quella di mamma Antonia, che non è rassegnazione. Anzi. «La rabbia è tanta», prosegue: «Sono morti in casa loro perché qualcuno ha fatto quello che non doveva fare. E se qualcuno ha sbagliato, quel qualcuno deve pagare. Ai giudici dico: voglio la giustizia, fatta come si deve. Almeno andare lì, vicino alla tomba, e dire “abbiamo lottato”. Dopo tutte queste sofferenze».
Con lei c’è – come sempre – Maria Antonietta Maccioni, due figli, cugini di Leonardo Piagentini e dei piccoli Luca e Lorenzo. Quando quasi all’alba del 30 giugno 2009 arriva la telefonata con la quale l’ospedale annuncia che Leonardo, 8 anni, è al Pronto soccorso del Versilia, è Antonietta che riceve la comunicazione. «Io e Stefania eravamo sempre insieme. Il 29 l’avevo lasciata alle 18,30 e un’ora dopo mi aveva già chiamato per dirmi che Luca aveva un po’ di febbre e che per il giorno dopo non sapeva per andare al mare. La rassicurai. Ed è l’ultima volta che l’ho sentita». Antonietta resta vicino a Leonardo, in ospedale, dove «non poteva entrare nessuno». È con lui quando il bambino – nel giorno dei funerali solenni – riceve la visita del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, al quale consegna il disegno che fa fatto il giro del mondo diventando uno dei simboli della strage di Viareggio: sulle finestre di casa le “X”a indicarne la chiusura, e due bambini che si levano nell’aria. È con lui quando a Leonardo c’è da spiegare cosa è accaduto alla sua famiglia. E anche quando, nei primissimi giorni dopo il disastro ferroviario, le annunciano che può vedere la sorella deceduta. Per Antonietta è stato il momento della scelta dal dolore infinito, che toglie il fiato oggi ad ascoltare: «Stefania non l’ho neppure vista. Mi sono detta: devo stare vicino a Leonardo, come faccio a vederla, come riuscirò a stare con lui se la vedo? Alla fine ho pensato che Stefania mi avrebbe perdonato perché ero con il suo bambino».
Il riconoscimento di Stefania toccherà al fratello Andrea, che ha testimoniato quei momenti in Tribunale, nel processo di primo grado: «Il quattro luglio 2009 ho dovuto riconoscere mia sorella Stefania. Di umano non aveva più niente. La riconobbi ma quell’immagine non l’ho più dimenticata: se chiudo gli occhi oggi ho davanti solo l’immagine di loro morti».
Quando Leonardo esce dall’ospedale casa sua è un mucchio di macerie, sua mamma e i suoi fratelli sono morti, suo padre Marco Piagentini lotta tra la vita e la morte al Centro grandi ustionati dell’ospedale di Padova. «Con mia sorella e i miei nipoti eravamo un tutt’uno», corre il ricordo di Stefania: «I bimbi li ho cresciuti e dopo la tragedia abbiamo continuato dividendoci i compiti in famiglia. Io che stavo dietro a Leonardo e mio fratello Andrea che seguiva il decorso di Marco e intanto si occupava degli avvocati. Noi non sapevamo neppure cosa fosse un avvocato prima della strage. E la mia mamma non ci sarebbe mai andata in un’aula di Tribunale».
Le due famiglie Maccioni e Piagentini si stringono intorno a Leonardo e Marco senza arrendersi e protagonisti fin a subito della battaglia appena iniziata: «Il logo della associazione “Il Mondo che vorrei” lo ha ideato Andrea e il primo striscione l’abbiamo avuto noi, sul balcone». Da allora è sempre stato così, sempre presenti in aula e fuori. «A nostra madre», continua Antonietta, «abbiamo spiegato, passo dopo passo, le procedure processuali. Quando tornava a casa era sempre sconvolta. Nella giustizia non ci ha mai creduto».
Forse qualcosa del lungo iter processuale potrà anche essere sfuggito a mamma Antonia. Ma le sue parole, così poche quanto potenti, fotografano con precisione millimetrica cosa sono stati questi 14 anni per i familiari delle vittime della strage di Viareggio: «Sono i poteri grossi e con loro c’è da combattere sempre per i disastri che fanno in nome dei soldi».
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