Il Tirreno

Versilia

L'intervista

Le mamme “segrete” del Versilia: in cinque hanno deciso di lasciare i neonati in ospedale. Il primario: «Così proteggiamo i loro figli»

di Matteo Tuccini
Il reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale Versilia (foto d’archivio)
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Il reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale Versilia (foto d’archivio)

Luigi Gagliardi è anche responsabile del Dipartimento materno-infantile dell’Asl Nord Ovest: «Da noi non esiste una Culla della vita come alla clinica Mangiagalli ma ci sono casi simili. La legge tutela loro e i bambini, nessuno deve giudicarle»

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VIAREGGIO. Tra il migliaio circa di mamme che ogni anno partoriscono all’ospedale Versilia ce ne sono alcune diverse dalle altre. Sono le mamme “segrete”. Donne che fanno una scelta radicale e dolorosa: rinunciano al proprio figlio, ritenendo di non poterlo accudire come si deve. Il bambino, o la bambina, viene separato dalla mamma, il cui nome non viene collegato al neonato. Che viene affidato alle cure del personale ospedaliero, prima di essere avviato a un percorso che lo porti a trovare una nuova famiglia tramite le procedure decise dal tribunale. Dove si valutano eventualmente le adozioni.

Il fenomeno è divenuto di attualità dopo i casi dei bimbi lasciati nella cosiddetta Culla della vita, quella che una volta si chiamava Ruota degli esposti o degli innocenti, alla clinica Mangiagalli di Milano e all’ospedale di Bergamo.

«I casi di questo tipo ci sono anche nel nostro ospedale, ma sono rari: noi, tra l’altro, non abbiamo uno strumento del genere, che ci riporta un po’ indietro nel tempo», afferma Luigi Gagliardi, neonatologo e primario di pediatria al Versilia, oltre che responsabile del Dipartimento materno-infantile dell’Asl.

Dottor Gagliardi, perché si parla di mamma segreta?

«È un riferimento al fatto che la donna che partorisce non collega il proprio nome a quello del neonato. Il nome della madre rimane segreto e nell’atto di nascita del bambino viene scritto “Nato da donna che non consente di essere nominata”. Di fatto, quindi, resta anonima. È una procedura prevista e tutelata dalla legge da oltre 20 anni: il parto avviene in un contesto sicuro come l’ospedale, quindi a tutela della mamma e del bambino. Ma la donna può scegliere di separarsi da lui o lei, e di non riconoscerlo/a. La separazione avviene in maniera protetta: per intendersi, non è il piccolo abbandonato in un cassonetto dei rifiuti con rischio immediato per la vita del bambino (tragedia purtroppo avvenuta a Milano dopo l’intervista al primario Gagliardi, ndr)».

La scelta è definitiva e l’anonimato è perenne?

«C’è un periodo entro cui la mamma può ripensarci. Si tratta di pochi giorni (la denuncia di nascita va fatta entro 10 giorni, ndr), ma in caso di incertezza il tribunale può allungare questo tempo di ripensamento fino a due mesi. Una volta passato questo termine, non sarà possibile collegare madre e figlio, a meno che non intervenga la magistratura una volta che il bambino è cresciuto. È possibile chiedere a un tribunale di sapere il nome della propria madre biologica, e il tribunale rintraccerà la mamma. Che deciderà se accogliere la richiesta. Il nome viene custodito sempre in tribunale e non è, ovviamente, accessibile a tutti: solo a determinate persone che hanno un incarico ad hoc. Tra queste, per esempio, non ci sono io».

Lei ha parlato di pochi casi: quanti ne avvengono al Versilia?

«Da quando ci sono io, e parliamo di parecchi anni ormai, non saranno stati più di cinque».

Qual è la reazione del personale del reparto di fronte a una situazione del genere?

«Ovviamente c’è dispiacere e voglia di prendersi cura dal piccolo. Quasi il desiderio di portarlo a casa con sé. Però non c’è mai giudizio sulla scelta di una donna, che non è comprensibile da chi non vive la sua situazione. Non c’è un atteggiamento giudicante. Penso sia sbagliato in situazioni del genere: nessuno in ospedale lo fa. Come si può comprendere una scelta così, se non si conosce il pregresso e le situazioni che vive una donna? Faccio fatica a credere che possa essere considerata una madre inadeguata solo perché non sappiamo, e quindi non capiamo, le motivazioni che hanno portato a questa scelta».

Perché, secondo lei, una mamma decide di abbandonare il proprio figlio appena nato?

«Non credo sia possibile addentrarci troppo nelle motivazioni. Possono essere economiche, perché pensa di non avere la possibilità di allevarlo. Ma non è detto».

È vero, come hanno commentato anche alcuni suoi colleghi, che questi casi sono la sconfitta della società?

«Sì, credo che siano una sconfitta della società. Ma non della mamma. È giusto chiedersi se una persona in difficoltà sia stata aiutata, prima di prendere una decisione così dolorosa».

Che cosa deve fare una donna che aspetta un bambino in condizioni di estrema difficoltà, al punto da ipotizzare una scelta simile?

«In Toscana la Regione ha sviluppato il progetto “Mamma segreta” con grande determinazione. Abbiamo la fortuna di avere strutture come i consultori che sono gestiti da professionisti di alto livello. Penso al nostro consultorio all’ex ospedale Tabarracci, diretto dalla dottoressa Barbara Quirici. Se si cerca un aiuto, una risposta, a una situazione molto problematica, è lì che bisogna andare. In generale, dobbiamo approcciarci a questi problemi con grande rispetto e capacità di riflessione, e anche con preparazione: da professionisti, intendo. Fornendo a chi ne ha bisogno tutti gli strumenti per essere aiutata. “Mamma segreta” è un progetto di aiuto alle future mamme, non riguarda solo il momento del parto e della separazione. Ci sono donne che sono molto indecise e incerte su quale strada da intraprendere, c’è bisogno di tempo per riflettere perché alcune problematiche, se c’è un aiuto, possono essere superate. Per altre questo non è possibile. Per questo è importante rivolgersi al consultorio già durante la gravidanza, per essere aiutate e sostenute nella scelta. È importante che chi è in difficoltà vi si rechi durante la gravidanza: sarà ascoltata e aiutata, quale che siano la sua posizione e le sue scelte, e supportata nelle decisioni difficili e dolorose. Colgo l’occasione per far presente che la Regione Toscana ha anche attivato, per un primo contatto, un servizio telefonico (055/4383001) di ascolto, informazione, orientamento e sostegno psicologico, attivo dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 15».

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