Toscana
La prima commedia di Giampaolo Simi. «Così ho affrontato una strada nuova»
Stasera su Rai1 la fiction “Purché finisca bene”
VIAREGGIO. Niente delitti, niente misteri. Nessun investigatore, nessun caso da risolvere. ma la più normale quotidianità: quella agrodolce che la commedia umana propone ogni giorno. Ma ad un patto: “Purché finisca bene”. Del resto, la codificazione dei generi, impone per la commedia risate e lieto fine ed è su questi binari che si è mosso Giampaolo Simi, scrittore e sceneggiatore viareggino, che i lettori conoscono per i romanzi gialli pubblicati da Sellerio e i telespettatori per aver collaborato a serie come i “Ris” o “Nero a metà”. E da stasera – quando andrà in onda “Se mi lasci ti sposo” su RaiUno in prima serata – ne potranno apprezzare anche le doti da autore “più leggero”. Simi infatti ha accettato la sfida di una scrittura divertente e con i colleghi Carlo D’Amicis e Davide Barletti ha firmato la sceneggiatura di una delle quattro fiction che RaiUno propone il giovedì – è iniziato l’8 dicembre – fino alla fine dell’anno.
Cimentarsi in una commedia: è la sua “prima volta”?
«Eh sì, potrebbe essere davvero questa la notizia. L’idea è di qualche anno fa ed era stata condivisa con Carlo D’Amicis e Wilma Labate. Essendo un genere che non avevo mai affrontato, ho chiesto aiuto a persone che stimo proprio per poter avventurarmi su una strada tutta nuova. Con loro e con Davide Barletti abbiamo poi scritto la sceneggiatura, dopo che l’idea, due anni fa, era finita sul tavolo di Pepito (la casa di produzione) che stava proprio preparando nuove commedie per RaiUno, trovandola interessante, perché basata su una situazione surreale legata al precariato».
Di che cosa parla la fiction?
«È la storia di una coppia di trentenni, con un lavoro precario, lui fa lo scrittore di romanzi fantasy, lei l’insegnante di sostegno supplente. Solitamente a quest’età ci si vorrebbe sposare e non si hanno i soldi, il dramma è che loro non hanno i soldi neanche per separarsi. È quindi una commedia sentimentale che comincia quando i due vogliono separarsi: è scritta al contrario, ma è proprio questa angolazione strana che la rende comica, nuova. Ed è quello che la produzione ci aveva chiesto: una commedia leggera e divertente».
Dove è ambientata la storia?
«In Friuli, ma in realtà non aveva una collocazione territoriale precisa, poteva funzionare ovunque, ma si è deciso di distribuire le quattro fiction in varie parti d’Italia».
Come è stato scrivere una sceneggiatura da commedia per chi è abituato a scrivere sceneggiature “gialle”?
«Il genere giallo l’ho scritto anche con persone che conoscevo poco, ad esempio una puntata di una fiction per Canale 5 “Viola come il mare”, tratta dal libro di Simona Tanzini, ho lavorato con colleghi visti solo in videoconferenza e questo è possibile perché il giallo è più schematico. Per scrivere una commedia che faccia ridere deve attivarsi quella dimensione di gioco che scatta solo se lavori con persone con cui hai affinità e io Carlo D’Amicis ci conosciamo da vent’anni, ci capiamo al volo, se la battuta non viene a lui, viene a me e viceversa e l’incastro funziona. È comunque un lavoro di precisione; nel giallo gestisci gli indizi in un certo modo, nella commedia soppesi le battute: con due parole di troppo non funziona e con due di meno non fa ridere. Devi lavorare divertendoti e non è facile perché spesso c’è la fretta e la stanchezza».
È stata un’avventura tutta nuova solo dal punto di vista della scrittura o anche sotto altri aspetti?
«Abbiamo seguito la lavorazione, abbiamo letto il copione con gli attori, un giorno sono andato sul set, quasi al confine con la Slovenia: c’è stata una bella continuità tra noi che abbiamo scritto, chi ha girato e gli attori che interpretavano il copione. E questo è bello ma non sempre scontato».
Non sempre avviene?
«Quando abbiamo scritto la sceneggiatura non sapevamo chi sarebbero stati gli attori o il regista, sono fasi abbastanza convulse, non seguono un andamento armonico, succede che scrivi al buio: a volte capita un regista che gira una scena diversamente, fa modifiche o attori che sentono altre battute. È anche giusto. Se si riesce a lavorare in sintonia e anche noi sceneggiatori possiamo spiegare bene come intendevamo il lavoro, è ovvio che tutto funziona meglio, anche per gli stessi attori che girano le scene a macchia di leopardo: l’idea di avere una guida da parte dello sceneggiatore è vantaggioso».
Sarà l’inizio di un “nuovo Simi”?
«Oddio vorrebbe dire che per un sacco di tempo ho sbagliato genere. In realtà c’è da dire che la commedia è nel Dna di noi italiani, se pensiamo alla metà dei film italiani sono commedie anche cattivissime. Del resto noi che viviamo nella città dove Mario Monicelli diceva di essere nato, sappiamo che dietro la commedia c’è la cattiveria. Virzì dice che Monicelli faceva il cinico in un Italia perbenista mentre oggi bisogna fare i cinici in una Italia piena di cinismo. Che tradotto significa che oggi è difficile fare commedia. Speriamo di aver svolto bene il compito».
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