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Versilia, terapia intensiva aperta ai familiari: «Così i pazienti stanno migliorando»

di Matteo Tuccini
Versilia, terapia intensiva aperta ai familiari: «Così i pazienti stanno migliorando»

Nuove regole: i parenti dei ricoverati in condizioni critiche possono accedere al reparto, anche di sera

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VIAREGGIO. Il reparto di terapia intensiva, il più delicato dell’ospedale perché è qui che la lotta tra la vita e la morte assume l’equilibrio meno prevedibile, apre le porte ai familiari dei pazienti.

Per quasi tutto il giorno, e anche di sera, si può stare al fianco del genitore, sorella, fratello, figlia che sono ricoverati in rianimazione. Che siano in coma oppure coscienti. Si può parlargli e tenergli anche una mano. Sentire la voce o una carezza «fa parte integrante della terapia – dice il dottor Ettore Melai, primario di anestesia e rianimazione al Versilia – E non è un modo di dire: ci sono studi scientifici e procedure ormai consolidate in altri ospedali. Ora lo facciamo anche noi al Versilia».

Dottor Melai, che cosa significa avere una “Rianimazione aperta”?

«Significa consentire l’accesso in reparto ai familiari dei pazienti ricoverati, in modo che possano stare al loro fianco. Non si fa differenza tra paziente sveglio o in stato di incoscienza. L’orario previsto è piuttosto ampio: 12,30-14 e 14,30-23. La pausa di 30 minuti è per le consegne tra infermieri».

Quindi l’apertura ai familiari è anche di sera.

«Esatto. È una scelta precisa, che consente a chi lavora durante la giornata di passare qui per una visita al proprio caro. Sono considerazioni anche elementari, se vogliamo; ma aprire il reparto a chi sta fuori, e inevitabilmente è molto preoccupato per le condizioni di salute di chi sta dentro, contribuisce a diminuire un po’ l’ansia e la preoccupazione che in quel momento sono al massimo. La mia opinione è che un familiare di un nostro paziente deve vedere e sapere cosa stiamo facendo. E cosa succede al proprio caro. Non abbiamo nulla da nascondere: siamo al lavoro in ospedale per salvare vite. Non vedo perché non dovremmo essere il più trasparenti possibile».

In generale in tutti gli ospedali le visite dei familiari e conoscenti sono poco incoraggiate. Per non dire ostacolate. Come si fa a cambiare così radicalmente approccio?

«Non dico che sia stato facile. Ma è una strategia in cui credo. Ho mostrato ai colleghi, medici e infermieri, il lavoro che è stato fatto in altri ospedali. E i risultati. Il nostro lavoro è anche capire come si possa migliorare la qualità del servizio, dove serva intervenire. Se ci sono modelli funzionanti vanno presi ad esempio. Perciò tutti dobbiamo fare un piccolo sforzo in questo senso».

Da qualche mese ha preso le redini come primario “ufficiale” – prima era facente funzione – di anestesia e rianimazione. Quali sono le strategie che avete adottato, oltre all’apertura del reparto alle visite?

«Un elemento su cui stiamo insistendo molto, perché ci sembra che possa dare risultati eccellenti, è la riabilitazione in qualche modo anticipata. Di solito il recupero delle funzionalità fisiche, necessario dopo il ricovero in terapia intensiva, avviene una volta usciti dal reparto. Noi abbiamo deciso, appunto, di anticiparlo, nel momento cioè in cui il paziente è ancora da noi. Grazie alla collaborazione con il primario Federico Posteraro, i colleghi della riabilitazione iniziano qui il lavoro sul paziente. E stiamo vedendo dei miglioramenti importanti nella fase di recupero, che in qualche modo viene accorciata. Oltre a questo, c’è un impegno direi costante nell’abbattimento del rischio infezioni, tema storicamente difficile per gli ospedali».

Questione difficile e spinosa. Come state intervenendo?

«Partiamo dal presupposto che il paziente in rianimazione è per definizione vulnerabile. Ci sono dei batteri, definiti multiresistenti, che cercano di approfittare di questa situazione. L’arma tradizionale che noi abbiamo è l’antibiotico: ma sappiamo che ci sono batteri, definiti appunto multiresistenti, che sviluppano difese in grado di tenere testa all’antibiotico. In queste condizioni rischiamo di dover investire somme importanti nella terapia antibiotica, senza però avere risultati apprezzabili. Per risolvere il problema alla radice, abbiamo messo a punto una strategia di prevenzione e igienizzazione che abbatte molto il rischio di infezione. Gli effetti sono immediati e visibili, sulle condizioni di salute dei nostri pazienti. È un punto d’onore, perché quando si verificano infezioni in terapia intensiva, dove comunque arrivano persone in condizioni molto critiche e a rischio della vita, ci si sente direttamente responsabili: se qualcosa non va in reparto, non ci si può difendere psicologicamente attribuendo le cause all’esterno».

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