Sicurezza
Marzano: facciamo i conti con la nostra debolezza
La filosofa e scrittrice sarà tra i relatori di oggi pomeriggio
CAMAIORE. Filosofa, scrittrice, editorialista dei maggiori quotidiani italiani. Un passato di studi consumato alla scuola Normale di Pisa e a Roma, prima di approdare alla Sorbona a Parigi e poi all’Università Descartes, dove attualmente insegna. Ex deputata negli anni che vanno dal 2013 al 2018, prima nelle file del Partito democratico poi nel Gruppo Misto. Michela Marzano conosce bene la società, ma soprattutto da anni esplora la mente e l’animo delle persone. E le racconta. Con la semplicità e l’umiltà che le derivano dalla consapevolezza di essere lei stessa in primis, parte di quell’umanità, della quale scandaglia emozioni, percezioni, pensieri, comportamenti. Fragile tra i fragili, visto che di fragilità è stata invitata a parlare questo pomeriggio (alle 14,30 al teatro dell’Olivo di Camaiore) in occasione della quinta edizione del Forum Internazionale della Formazione organizzato da Teseo e dedicato quest’anno proprio al tema delle "nuove fragilità", quelle fatte emergere da un periodo complicato che abbiamo vissuto e continuiamo a vivere, segnato dalla pandemia, dalla guerra alle porte di casa, dalla recessione economica. È giusto parlare di "nuove fragilità"?«Non proprio. Io sono convinta che il periodo che abbiamo vissuto non abbia creato una fragilità nuova, ma abbia semplicemente costretto a ricordarci che siamo fragili. Una consapevolezza che avevamo perso, per quell’ideologia radicata negli ultimi vent’anni che ha negato la debolezza degli esseri umani, proponendoci modelli di perfezione, propinandoci convinzioni meritocratiche, spingendoci a sforzarci sempre di più per raggiungere traguardi elevati. Ecco, in questi due anni, tutte queste certezze sono state spazzate via con un colpo di spugna e in ognuno di noi, di fronte ad un virus che non arretrava, sono emerse le proprie perplessità, le proprie fratture, le proprie crisi. Ci siamo sentiti impotenti e abbiamo dovuto guardare in faccia la realtà».Un po’ come disvelare qualcosa che già c’era e che avevamo dimenticato esserci? «È stato un momento di grande verità e di grandi macerie, dal quale non si può tornare indietro e dal quale dobbiamo trarre insegnamento, sia dal punto di vista filosofico che pedagogico: riconoscere che siamo tutti fragili. Dopodiché il passaggio successivo è che le difficoltà vanno tutte provate ed attraversate, anche se non sempre superate. Errato è, a mio avviso, il messaggio che a volte viene veicolato attraverso i media inneggiante all’apologia della volontà: se ci sforziamo, otteniamo tutto. Ci sono persone che sforzandosi molto non ottengono nulla e altre che sforzandosi poco ottengono tutto. Penso, per esempio, agli influencer».E allora che fare? «Smettere di ritenerci supermen o superwomen; evitare di credere che nulla sia possibile o che tutto sia possibile; nominare le sfumature e i vuoti, sia quelli della nostra generazione, andata a pezzi di fronte al nuovo scenario, sia quelli dei giovani, che nel periodo del lockdown - mentre noi andavamo in frantumi - si sono ritrovati soli e incapaci di consolarsi, maturando frustrazioni che si sono poi tradotte in aumento delle patologie».Quali strategie allora possiamo mettere in campo per far fronte alle nostre fragilità?«L’autenticità. Essere quelli che siamo, non fingere, non volersi a tutti i costi dimostrare diversi da come siamo. Mostrarci veri, e per questo anche fragili. Assicuro che questo tipo di approccio funziona molto con i giovani. Io lo sperimento ogni giorno con i miei studenti all’Università. Se ci mostriamo autentici, loro si fidano e si aprono. Le regole, che ci sono e ci devono essere, vanno applicate alle azioni, ma non all’essere. La tendenza della nostra società invece è improntata al "dover essere" e ciò comporta sofferenza. Se infatti non ci sentiamo riconosciuti per quello che realmente siamo, immaginiamo di essere sbagliati».Lei parlerà di fragilità al Forum Internazionale della Formazione davanti a numerosi docenti, l’altra agenzia formativa oltre alla famiglia. Quali consigli ha per chi come gli insegnanti ha a che fare quotidianamente con i ragazzi? «Suggerirei loro, come del resto faccio con me stessa, di adattare la pedagogia ai loro bisogni, sperimentando, cambiando i metodi per trasmettere il sapere e i valori. Non si può più insegnare come vent’anni fa. Anche il Ministero dovrebbe ripensare i programmi. Occorrono metodologie più aperte al mondo in cui i nostri giovani sono inseriti: un contesto di immagini, di audio, dove la parola scritta ha perso il suo primato. Non possiamo più pensare che i nostri studenti leggano dieci pagine in autonomia. Leggiamole noi con loro, supportandole con materiali e strumenti a loro più familiari; provando a scendere sul loro terreno di gioco e stimolando la loro curiosità partendo dai loro interessi».I giovani che i docenti hanno oggi davanti saranno gli uomini del futuro, i politici e i dirigenti di domani. Lei è stata seduta in Parlamento per un quinquennio: si augura che possa sbocciare una classe dirigente diversa da quella che oggi si muove sullo scenario italiano? «Ammetto di essere sempre più imbarazzata a parlare della politica italiana. Negli anni in cui ho partecipato attivamente, il livello era mediocre, una mediocrità da cui stava emergendo il nulla. Oggi, mi sento di dire, siamo a metà strada tra il nulla e l’orrore. E allora temo che diventi sempre più difficile invitare uno studente a studiare, quando il panorama italiano tra politici e influencer dimostra che non serve studiare per avere successo». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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