Sicurezza
Il padre di “Mr Arbitrium” e l’opera trovata sul monte Forato: «Un dono dell’autore, non dà fastidio a nessuno»
Emanuele Giannelli è uno degli artisti contemporanei più eclettici del panorama nazionale: «I nostri antenati mica avevano l’autorizzazione per scrivere sulle caverne: noi alla fine siamo sempre quelli, ma oggi più imbecilli»
Stazzema La piccola scultura spuntata sul Monte Forato, che è stata fissata con del cemento sulla roccia naturale, divide l’opinione pubblica. C’è infatti chi vorrebbe che questa piccola testa antropomorfa in pietra (o marmo bardiglio) fosse lasciata al suo posto dal Parco delle Alpi Apuane (nonostante non sia stata autorizzata con un nulla osta) e chi è invece favorevole con l’ordinanza che ne impone la rimozione, perché pensa che sia una bruttura per il paesaggio e l’ambiente. Al momento intanto l’artefice di questo gesto - come altri del 2020, ma meno artistici come l’apposizione di una croce piccola sul Monte Croce - è rimasto anonimo. C’è stato anche l’appello dei guardaparco, che sul nostro giornale hanno chiesto pubblicamente al protagonista di questo manufatto di farsi avanti se l’intento era artistico o commemorativo, così da tentare di sanare l’opera agli uffici tecnici del Parco. Nel frattempo Il Tirreno ha posto la questione ad uno scultore locale contemporaneo, Emanuele Giannelli, conosciuto per i suoi "Sospesi", gli "Aviatori", i "Korf 17 giant" e di recente per il suo "Mr Arbitrium", una scultura di 5, 4 metri che è stata appoggiata prima a Palazzo Mediceo, poi al Fortino a Forte dei Marmi, al Duomo di Pietrasanta e al momento si trova alla Basilica di San Lorenzo a Firenze.
Potrebbe trattarsi di un intervento artistico stile street art o guerrilla art?
«Sì, penso anche alla land art, è un movimento artistico che va ad interagire con la natura. Tuttavia, se si tratta di un’opera piccola (specifico che io non l’ho vista) non ci scorgo il problema. Stiamo parlando dell’aria fritta, del niente. Qualsiasi opera o scultura è comunque qualcosa di comunicativo e va benissimo se non dà noia, se non è un cazzotto in un occhio, se non ha dimensioni surreali e non rovina il paesaggio. Mi dà l’idea che non sappiamo affrontare altri problemi».
E quindi questo gesto come dobbiamo interpretarlo?
«Come ho detto l’arte è comunicazione. E lui (sempre che si tratti di un’artista ndr) ha deciso di regalare e donare una sua opera per comunicare con un passante, un escursionista. Siamo gli stessi, noi esseri umani, quelli che abbiamo fatto i geroglifici. Ce ne fossero di artisti che decidono di apporre le proprie opere lì senza alcuna burocrazia. La montagna è in parte anche mia e non mi devo porre il problema».
Quindi è un gesto che altro non è che qualcosa di antico? «È un fatto primordiale: voler scolpire una pietra o un sasso e lasciarlo lì fa parte della natura dell’uomo. I nostri antenati non avevano l’autorizzazione per scrivere sulle caverne: noi alla fine siamo sempre quelli, ma oggi più imbecilli».
Può essere visto come un valore aggiunto per le Alpi Apuane?
«Un valore aggiunto è un progetto funzionale e importante. Quello è un sasso scolpito. È come un’opera rupestre contemporanea. Quindi siamo di fronte ad un nonsense. Parlerei di magnificenza sia che sia bello o brutto. Certo che se avessero installato dei mascheroni di venti metri, grandi e magari rossi o gialli, davvero orrendi, allora poteva dare il là ad una serie di matti per farsi vedere e notare. Ma qui non è un danno: è una pietra che va su un’altra pietra. Quindi a livello concettuale è drammatico farne un problema».
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