Attenzione
Quel gin tonic con Tabucchi e le cinque cose di cui parlare
Alessandro Agostinelli, lo scrittore pisano e il più famoso barman del mondo La discussione nella casa di Vecchiano e l’incursione da Galliano a Viareggio
Il protagonista del racconto si chiede chi siano i frequentatori dei caffè, partendo da una sfida tra champagne e gin tonic con l’amico Antonio Tabucchi. Insieme vanno in Versilia alla ricerca di un bar adeguato alle loro domande, sulla scia di un’idea tratta da un racconto del famoso scrittore americano Hemingway.
Non so se conoscete Pedro Chicote. Cioè, voi con tutta probabilità non lo conoscete, ma adesso, magari mentre state leggendo questa storia, vi fermerete. Vi vedo già sulla tastiera a digitare il suo nome per cercare su google chi caspita sia questo Pedro Chicote. Allora – date retta – lasciate perdere.
Ha vissuto nell’era del jazz, quello degli anni ’20, della generazione perduta, di quegli scrittori meravigliosi che non si drogavano per intontirsi, ma bevevano perché volevano essere disperati. Invece tra i musicisti mi viene in mente quel damerino di Benny Goodman che era tutto il contrario della disperazione, per esempio. Ma si diceva di Chicote. È stato il più importante barman di Spagna, a Madrid. Ma su wikipedia non c’è scritto che nel suo bar non si andava per parlare di politica, perché da Chicote non si parlava di politica, ma si parlava ampiamente degli altri cinque argomenti e la sera vi facevano una capatina le più belle ragazze della città. Immaginate.
Allora, ero salito in auto perché dovevo andare da Antonio, a Vecchiano. Voleva parlarmi di un mio racconto sulle foto-ricordo che avevo pubblicato su una rivista fiorentina. Quindi sono andato a casa di Antonio e ci siamo messi a chiacchierare del mio racconto e dei suoi. E poi abbiamo fatto un giretto tra gli scaffali della libreria. E lui si divertiva a farmi vedere le traduzioni più strane dei suoi libri.
Gli piacevano particolarmente quelle giapponesi perché non ci capiva nulla e questo lo sorprendeva come un fanciullo, lo esaltava quasi. Un po’ come quella volta in Norvegia, o forse era in Svezia, che rubò un elenco del telefono e se lo portò in Italia, per leggere i nomi sconosciuti e incomprensibili per immaginare delle storie – lo aveva raccontato una sera a cena (non ricordo più se da Ettore e Giovanni o dove), o forse era quella volta a pranzo con Fofi.
In cucina Antonio aprì il frigo e tirò fuori una bottiglia di champagne e mi offrì da bere. Discutemmo un po’ di cocktail e letteratura e parlammo di quello scrittore americano e del bar a Madrid. E io chiesi ad Antonio secondo lui quali fossero quei cinque argomenti di cui si parlava da Chicote. E lo vidi che a questa domanda sgranò gli occhi dietro alle sue lenti ovoidali, senza dire nulla.
Poi, dopo un nuovo sorso dal bicchiere, con aria sorniona, a palesare l’ovvio, aprì le braccia e sollevò i palmi delle mani, come per dire: “ma devo dirti sempre tutto…”. Ci fissammo per qualche secondo e io dissi: donne e motori dunque.
E lui annuì come se volesse sorvolare sulla frase da bar. E poi azzardò altre ipotesi, sostenendo che uno degli argomenti sarebbe potuto essere lo sport e un altro la letteratura. Ma il quinto argomento proprio non riuscivamo a pensarlo.
Provai a dire che era colpa dello champagne se non si arrivava al dunque. Se avessimo bevuto gin tonic non ci sarebbe stata foschia nelle nostre menti.
A me lo champagne piace ma, come altri alcolici, dopo alcuni bicchieri mi dà la nausea. Invece – dicevo ad Antonio – il gin tonic non mi dà mai la nausea. Potrei berne vari bicchieri senza che mente e stomaco ne risentano.
Ma ad Antonio piaceva lo champagne e poi aveva una sua teoria sui camerieri. Pensava che i camerieri fossero come i preti, avvezzi a mantenere segreti. Mi diceva che, a differenza dei barbieri, che sparlano di tutto e tutti, i camerieri sanno tenere i segreti e ti rassicurano di questo con i loro sguardi.
Su questo eravamo d’accordo, diciamo. Ma io sostenevo che un cameriere è più felice se gli ordini un gin tonic invece che uno champagne. E Antonio negava risolutamente. Allora ci venne in mente di andare a chiedere proprio a un cameriere quale potesse essere il quinto argomento di cui si parlava da Chicote.
Salimmo sulla mia auto. La musica partì da sola – forse avevo lasciato acceso il lettore spegnendo la macchina quando ero arrivato. Avevo sotto un brano di Jelly Roll Morton che smetterà di suonare soltanto alla fine di questo racconto – per rispetto di Jelly Roll chiaramente.
Per parte mia ho un vero debole per il gin tonic e raccontavo ad Antonio la mia idea. Il primo gin tonic serve a scovare davvero chi sei, serve a riportarti in vita. Dopo il secondo cominci a dimenticare chi sei e a offuscare quella patina di esistenza che avevi indossato. A partire dal terzo gin tonic tutto si dirada e cominci a diventare l’altro, cioè ti trasformi poco poco in chi ti sta di fronte. Ecco perché è pericoloso bere un solo gin tonic.
Una scrittrice spagnola diceva che il gin tonic dà una lucidità brutale, per questo la gente non può berne soltanto uno, perché non ce la fa a sopportare una lucidità così barbara.
La sera si accomodava sulla campagna lì a due passi e qualche cane abbaiava di là dal fosso. E il quinto argomento non arrivava. Per questo c’eravamo messi in auto, per andare a chiedere a un cameriere. Ero indeciso e non sapevo se andare a Pisa o in Versilia. Poi Antonio pensò che valesse la pena fare un salto da Galliano, in passeggiata a Viareggio.
Al bancone ordinai due gin tonic. Volevo portare Antonio dalla mia parte della barricata. Stavamo in piedi a bere e guardarci intorno. Notavo che era impaziente. A un certo punto si appoggiò al banco e con aria di complicità chiese al cameriere: «Mi scusi, secondo lei di cosa si parla in un bar?»
E il cameriere, dopo un rapido sguardo all’intero salone, guardò Antonio negli occhi e disse: «Di niente».
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