Proteste
Strage di Viareggio, al processo bis l’appello ai giudici dei legali dei familiari: «Non dimenticate i morti»
Secondo gli avvocati una tragedia che poteva essere evitata rispettando norme e regolamenti certi. E nelle mani dei parenti le magliette con su impressi i volti delle 32 vittime del disastro del 29 giugno 2009
VIAREGGIO. Di nuovo vivi, ieri nell’aula 32 del Palazzo di Giustizia di Firenze, nelle voci dei legali di parte civile, negli occhi lucidi dei loro familiari, nelle mani che stringono le magliette con su impressi i volti delle 32 vittime del disastro ferroviario di Viareggio, 29 giugno 2009. C’è Mario Orsi, quella notte maledetta salvo perché una porta della casa che andrà distrutta blocca l’uscita a lui che era su una sedia a rotelle. La moglie Roberta Calzolari e la figlia Sara moriranno ustionate perché sono riuscite a raggiungere la strada. Orsi da qualche anno non c’è più, ma – ricorda l’avvocato della sorella, Tiziano Nicoletti – «la vita che ha avuto Mario dopo il 29 giugno è stata quella di un uomo roso dall’incubo di quella moglie e di quella figlia morte per salvarlo». Per questo sua sorella Anna «starà in questo processo come parte civile fino a quando la legge glielo consentirà e fino a quando non ci sarà una sentenza definitiva», assicura Nicoletti.
E c’è il volto di Emanuela Menichetti che avrà per sempre 21 anni sui quattro schermi nell’aula fiorentina: l’immagine arriva dall’avvocato Riccardo Carloni che ne difende i genitori insieme al collega Enrico Marzaduri. E rimane lì, impressa nel verde monitor, che sembra non voglia andar via.
«Sono passati tredici anni e il rischio, più il tempo passa, è quello di scordarsi delle vittime», argomenta Gabriele Dalle Luche, legale di parte civile ma anche della associazione dei familiari delle vittime “Il Mondo che vorrei”. Suscitando una durissima reazione da parte del professor Luigi Stortoni, difensore di Michele Mario Elia, nel 2009 amministratore delegato di Rete ferroviaria italiana, quando Dalle Luche intende dichiarare di associarsi alle richieste di pena formulate dalla Procura generale. Non gli tocca, è vero, in quanto parte civile. Ma – codice per codice – non è prevista l’interruzione che porta Stortoni ha utilizzare queste parole: «È un richiamo che rivolgo alla Corte».
Se non si considerano le responsabilità accertate dalla sentenza di Cassazione nei confronti di Ferrovie e delle sue imprese, sottolinea Dalle Luche quando riesce a riprendere la parola, «si rischia di dimenticarsi di Andrea Maccioni che ha perso la sorella e i bambini e quella notte vagò per gli ospedali sperando di trovarli ancora vivi», ma anche di Silvano Falorni. «Per trovare suo fratello Andrea fu utilizzato il setaccio fino a quando un pezzo di osso fu individuato seguendo le formiche», ha ricordato l’avvocato con Silvano Falorni presente in aula come sempre da 11 anni.
Si rischia di dimenticare, così la voce degli avvocati di parte civile Andrea Bagatti e Maurizio Dalla Casa che al disastro ferroviario di Viareggio si è arrivati – ormai è scritto nero su bianco nella sentenza di Cassazione – «vi era una prassi proveniente dai vertici aziendali per cui non si controllavano i carri che arrivavano dall’estero», gli stessi che Trenitalia utilizzava ampiamente per il trasporto merci pericolose. Nell’analizzare la posizione processuale di Mario Castaldo (ex direttore di divisione di Cargo Chemical), Dalla Casa mette i brividi: «Una condotta diversa di Castaldo avrebbe potuto evitare quanto accaduto a Viareggio 13 anni fa? Certo che sì: esisteva un quadro normativo di riferimento indicante con precisione la necessità di individuare la tracciabilità dei carri. Se avesse applicato quelle norme avrebbe disinnescato il rischio». Per evitare il quale erano a disposizione norme e regole che sarebbe stato sufficiente rispettare e obbligare a rispettare.
Invece, è la voce dell’avvocato Andrea Bagatti, il processo al disastro ferroviario ha messo tutti di fronte «a tonnellate di carte, anzi direi di cartaccia, utile solo per riempire qualche scaffale». Nell’analizzare la posizione di Emilio Maestrini (ex responsabile sicurezza di Trenitalia), Bagatti sottolinea: «Maestrini e la struttura da lui diretta erano la centrale di riferimento per quanto riguardava la sicurezza della circolazione ferroviaria all’interno di Trenitalia. Era doveroso che segnalasse la prassi aziendale, consolidata negli anni, rispetto al noleggio dei carri stranieri e l’assenza di ogni minima conoscenza in merito alla provenienza dei carri stranieri».
Così funzionava sul fronte italiano delle responsabilità, ma non andava meglio in Germania. Come ha ricordato nel dettaglio l’avvocato Nicoletti che ha analizzato la posizione di Joachim Lehmann, imputato in quanto supervisore (con contratto esterno) dell’Officina Jungenthal di Hannover che doveva eseguire gli esami a ultrasuoni sugli assili: «Si è parlato, nel processo di primo grado che ha portato alla assoluzione di Lehmann (poi condannato, invece, nel primo processo di Appello, ndr) del fatto che lo stesso fosse “scarsamente presente in officina”. Per come la vedo io è un’aggravante della posizione, non una attenuante. Il supervisore non andava neppure in officina: quindi non sapeva che non si facessero esami a regola d’arte» sul materiale che transitava dalla stessa officina. «Tutte motivazioni che dovranno indurre questa Corte a ritenerlo colpevole di quanto accusato», ha concluso Nicoletti.
Il processo riprende lunedì prossimo quando, a prendere la parola in apertura, sarà l’avvocato Graziano Maffei, difensore di parte civile e legale del Comune di Viareggio in questo procedimento. Poi nell’aula risuoneranno le ragioni delle difese degli imputati italiani e tedeschi. Le udienze si susseguiranno – di fronte ai giudici della prima sezione penale della Corte d’Appello di Firenze (presidente Angelo Grieco con i colleghi Roberto Tredici e Matteo Zanobini) – ogni lunedì e ogni giovedì fino al termine del processo.
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