Il Tirreno

Versilia

«Mio figlio indifeso annientato dal branco, vi racconto i suoi silenzi e il nostro dolore»

Luca Basile
I bulli hanno preso di mira il ragazzo per un difetto fisico
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I bulli hanno preso di mira il ragazzo per un difetto fisico

La mamma di un adolescente bullizzato in Versilia: «Preso di mira a scuola ha smesso di fare sport, adesso è in cura» 

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«Hanno cominciato a bullizzare mio figlio quando aveva 13 anni. Oggi ne ha 15 e convive con situazioni ancora complicate. Stiamo seguendo un percorso, ma abbiamo paura». Qualche giorno fa avevamo scritto della rissa fra ragazzini andata in scena dalle parti del parco della Fontanella: calci, pugni, schiaffi per una vicenda che potrebbe avere degli strascichi. E proprio dopo avere letto quelle righe ci ha contattato la mamma di Mauro – nome di fantasia – evidenziando i timori e la rabbia per le vittime del branco. «Non conosco quei ragazzi, non hanno niente a che vedere con mio figlio, ma le modalità sono le stesse: quelle appunto del branco che ti annienta se ai loro occhi sei fragile. Mauro ha un problema fisico, niente di grave, ma quando a questo piccolo problema si abbina, come nel caso di mio figlio, una timidezza estrema, la situazione rischia di diventare esplosiva. Prima è stato isolato a scuola, poi hanno cominciato a fargli dispetti, sempre più pesanti: i libri che sparivano dallo zainetto, le pagine strappate degli appunti, colorargli le scarpe fino a seguirlo nei bagni obbligandolo a fare i suoi bisogni davanti a loro. La scuola? Assente. Anche perché Mauro non ha raccontato a lungo niente e purtroppo, a parte un suo mutismo accentuato a casa, nessuno di noi se ne era accorto. Ma poi questo gruppo di ragazzi e ragazze lo hanno eletto a bersaglio anche fuori casa: ha smesso di fare sport perché, sempre a causa del suo problema fisico, lo prendevano in giro, lo filmavano, lo deridevano sulle loro chat. Usciva con qualche amico, i pochi che aveva, ma quando li hanno cominciati a prendere di mira, gli stessi amici lo hanno lasciato solo, perché avevano capito che questi coetanei ce l’avevano solo con nostro figlio. E non volevano andarci di mezzo: è normale quando sei un ragazzino e devi vedertela con chi è molto più forte di te, fare un passo indietro. Purtroppo capita anche con noi adulti».

Un pomeriggio Mauro uscì per fare un giretto in bici: tornò poco dopo a piedi. «Aveva – ricorda la mamma – un occhio rosso, dei graffi sul collo. Disse che era caduto e che non si ricordava dove aveva lasciato la bici. Capimmo che qualcosa non andava: quel pomeriggio emerse tutto. Lo avevano fatto cadere dalla bici e poi si erano divertiti a spintonarlo, deriderlo, a smontargli il sellino della bici e a gettarlo fra le siepi. Piangeva e urlava, Mauro. Ci raccontò tutto degli ultimi anni. Eravamo senza parole, sconfitti e umiliati per non avere capito prima il dramma di nostro figlio. Mio marito perse la testa: andò nel parchetto dove si ritrovava il branco, un gruppo di ragazzini e ragazzine di 14, 15 anni, chiese di conto della situazione: uno di loro lo sfidò e mio marito, sbagliando, lo minacciò. Ne ha pagato per un periodo le conseguenze. A scuola ci dissero che Mauro non aveva mai manifestato disagi, che era si taciturno e solitario, ma che sembrava la sua indole e il rendimento scolastico era sempre stato buono».

Mauro ha cominciato un percorso con un neuropsichiatra. Ora esce pochissimo, da quel giorno non ha ancora ripreso la bici: è tornato ad aprirsi con noi, ma è provato, silente, quasi timoroso. Il dottore dice – continua la mamma – che con il tempo dimenticherà molto, ma non tutto e che questo periodo adolescenziale, che per tutti dovrebbe essere bello e spensierato, lo accompagnerà talvolta anche da adulto. I genitori di quei ragazzi? A parte uno che si è dimostrato collaborativo gli altri non hanno voluto neppure ascoltarci. Oggi, sempre quei ragazzi non infastidiscono più Mauro: lo ignorano. Nonostante siano dei minorenni, non riesco però a perdonarli, così come provo rabbia nei confronti dei loro genitori. Ci sono dei momenti quando vedo Mauro solo nella sua camera che si rifiuta di uscire fuori, che arrivo perfino a odiarli. So che è terribile e non dovrei, so che è anche colpa nostra il suo disagio Mauro, ma so ancora che loro, quei ragazzi, non pagheranno per quanto fatto. Nostro figlio si. Il branco, se vuole, se non sei abbastanza forte, ti cancella. Mauro si riprenderà, col tempo, ha qualche nuovo amico, sorride più spesso, ma quello che gli hanno fatto lo accompagnerà per sempre. Ed è così doloroso. Per questo non riesco a perdonare quei ragazzi. E soprattutto me stessa».
 

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