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Versilia

Dodici ore al pronto soccorso dell'ospedale Versilia: «Ho visto dolore e solidarietà»

L’interno del pronto soccorso del Versilia (foto antecedente alla pandemia)
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L’interno del pronto soccorso del Versilia (foto antecedente alla pandemia)

Stefano Pasquinucci, conosciutissimo a Viareggio come giornalista e presentatore, racconta l’esperienza da paziente

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VIAREGGIO. A raccontare la propria esperienza da paziente del pronto soccorso del Versilia è Stefano Pasquinucci, conosciutissimo a Viareggio. Giornalista e presentatore, Pasquinucci tra l’altro è consapevole dei meccanismi alla base della sanità pubblica, dove ha prestato servizio.

A queste righe Pasquinucci affida la propria esperienza, di cittadino ma anche di essere umano.

«La scorsa settimana le conseguenze di un incidente in motorino, mi hanno costretto a trascorrere quasi dodici ore negli spazi del pronto soccorso dell’ospedale Versilia – scrive Pasquinucci – Seduto su di una sedia a rotelle, alla stregua del fotoreporter interpretato da James Stewart ne “La finestra sul cortile”, ho ingannato l’attesa osservando attentamente tutto ciò che accadeva».

«Il viavai delle ambulanze, le divise colorate dei volontari, molti dei quali giovani e giovanissimi, i medici, gli infermieri, gli addetti ai vari servizi necessari per una struttura di questo genere e, naturalmente, i pazienti, le persone che hanno bisogno di un controllo, di esami, di valutazioni sanitarie, risposte a piccole e grandi situazioni che, indipendentemente dalla loro gravità, ti preoccupano, addolorano, scombussolano corpo e mente», continua.

«Salvo rari casi entri da solo, lasciando che fuori, parenti ed amici, avvertano tutto il peso del tempo che scorre, delle notizie che non arrivano, delle rassicurazioni di cui hanno tanto bisogno. Chi lavora non si ferma. Accoglienza, visite, controlli, spostamenti, esami, medicazioni, operazioni, assistenza, consulenza ed altro ancora, sono le attività messe in atto di turno in turno, 24 ore su 24».

«Tu sei lì e aspetti, non puoi fare altro. Cerchi di capire come stai, cosa succede, cosa succederà. Tu e gli altri, a cui ti unisce una sorta di spontanea solidarietà e l’esigenza di una energia comune utile per affrontare il presente, per renderlo a parole meno scuro, per condividere il momento. L’uomo scampato da una terribile incidente frontale, la ragazza che piange in silenzio per quel dolore irresistibile allo stomaco, il ragazzo che, dopo i cinque punti in testa, ha bisogno di una Tac, il giovane colpito da un tubo mentre lavorava... E, poi, i codici rossi che arrivano all’improvviso bloccando, per qualche minuto, parte dei servizi. Quando le barelle passano, in un rispettoso silenzio, avverti un senso di debolezza, di fragilità, un’emozione inarrestabile che ti fa capire tante cose».

«Tutto questo ti porti dentro quando, alla fine, il percorso si conclude – scrive Pasquinucci – Che tu torni a casa, vada in osservazione o in reparto, tra le emozioni e le sensazioni che hai provato e continui a provare, si fa largo la consapevolezza di quanto importante sia un luogo del genere, patrimonio di tutti, valore per tutti».

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