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Paziente muore a 31 anni: assolto chirurgo viareggino
Scagionato assieme al collega di Cisanello con cui era finito a processo. La perizia chiesta dal giudice non ha rilevato responsabilità dei medici
VIAREGGIO. Assoluzione per due medici dell’ospedale Cisanello che erano finiti a giudizio con l’accusa di omicidio colposo per la morte di una 31enne di Nodica.
La sentenza è stata letta nel pomeriggio dal giudice Eugenia Mirani. Assolti perché il fatto non sussiste il dottor Andrea Falleni, 58 anni, di Pisa, dirigente della radiodiagnostica del pronto soccorso, difeso dall’avvocato Stefano Del Corso (il pm onorario Massimiliano Costabile aveva chiesto la condanna a un anno) e il dottor Fabio Zampieri, 60 anni, di Viareggio, dirigente medico dell’unità operativa di chirurgia d’urgenza, assistito dall’avvocato Luca Pietrini. Il giudice si è preso 90 giorni per le motivazioni. I familiari della vittima, Katia Spinesi, si erano costituiti parte civile con i legali Giovanni Berti Mantellassi ed Eleonora Antonuccio, mentre l’Aoup era nel processo come responsabile civile rappresentata dall’avvocato Patrizio Pugliese.
La formula dell’assoluzione lascia spazio per una causa a livello civile in cui poter chiedere un risarcimento dei danni all’ospedale.
Al centro del dibattimento la Tac del 5 febbraio 2014. L’accusa era quella che non sarebbe stato refertato l’aneurisma poi rivelatosi fatale, e la condotta dell’ultimo medico di guardia del reparto di chirurgia d’urgenza che non si sarebbe accorto dell’emergenza in corso a livello addominale (si ruppe l’arteria lienale) né avrebbe effettuato accertamenti.
Katia all’epoca era dipendente della ditta di trasporti Falaschi e conosciuta per la sua attività di accompagnatrice sugli scuolabus. La 31enne era arrivata al pronto soccorso la sera di martedì 4 febbraio. Aveva forti dolori all’addome. La prima diagnosi era stata quella di presunti calcoli alla cistifellea. Per 19 ore, sotto antidolorifici, era rimasta sulla barella nel corridoio del pronto soccorso perché non si liberavano posti nel reparto. Ai familiari il medico che aveva preso in cura Katia aveva detto che avrebbero dovuto operarla. Non ce ne fu il tempo. «Ci assicurò che sarebbe stata un’operazione di assoluta routine» disse al Tirreno il papà della giovane, Marco, ex vigile del fuoco. Poi, il venerdì mattina, la tragedia. Alle 6 il cuore di Katia era andato in arresto. Iscritta all’Aido, Katia aveva donato cornee, parte di tessuti e midollo osseo. La consulenza medica disposta dal giudice non aveva rilevato responsabilità per gli imputati. E la sentenza ne rispecchia le conclusioni.
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