Gioco
Viareggio, il dolore dell’allenatore Marco Sodini per la guerra: «Scomparsa la “mia” Ucraina»
Il coach della Pallacanestro Cantù, ha vissuto lavorato nella stagione 2012/2013 alla B.K. Kiev, la squadra del leggendario giocatore Sasha Volkov. E sua moglie è di Leopoli
viareggio. «Non faccio altro che domandarmi quando finirà questa guerra stupida, non faccio altro che pensare agli amici che oggi vivono nascosti per scampare alle bombe, ai missili, mi chiedo come si potranno ricostruire quei luoghi in cui sono stato e che mi hanno accolto». Marco Sodini, viareggino, allenatore della Pallacanestro Cantù, in corsa per il ritorno immediato in A, in Ucraina ci ha vissuto ed allenato nella stagione 2012/2013 chiamato da Renato Pasquali, alla B.K. Kiev, la squadra del leggendario giocatore Sasha Volkov. E con l’Ucraina il legame resta forte: sua moglie è di Leopoli.
Come nacque l’esperienza in Ucraina e cosa le è rimasto?
«Ricordo che abitavo in una strada totalmente impronunciabile per un italiano, a due passi dal viale principale della città, da cui potevo andare a piedi in centro in cinque minuti ed in cinque minuti arrivavo al palazzetto dello sport da 8.000 posti che era la nostra casa, e alle palestre vicine in cui allenavamo che erano accanto al meraviglioso stadio Olimpico, tirato a lucido in occasione degli Europei del 2012 in cui l’Italia perse contro la Spagna. Ho deciso di andare in Ucraina in tre giorni. Era una squadra giovane, ma ambiziosa e con talento. Mi sono innamorato del fatto di incontrare una cultura diversa. Le vie del centro della città sembravano via Montenapoleone a Milano, ci sono monumenti di una bellezza assoluta come la cattedrale di Santa Sofia. All’inizio non riuscivo a comprendere molto le persone, ma gli ucraini sono sempre stati molto affettuosi perché cerco di essere una di quelle persone che cercano di dare più che chiedere. A fine stagione mi hanno chiesto di rimanere, ma i programmi della società e i miei non coincidevano».
Cosa resta dal punto di vista umano?
«Innanzi tutto una bella esperienza. Non solo allenavamo la squadra, ma avevamo il compito di educare gli allenatori e quindi di andare in giro in tante palestre per avere un’interfaccia con le altre squadre minori, per aiutare a crescere i giocatori, gli allenatori. L’Ucraina che ho vissuto era grande 10 volte l’Italia, ma con lo stesso numero di abitanti. Ricordo interminabili viaggi in treno, in pullman, le trasferte di due giorni».
Come vive questa guerra?
«Oggi mi trovo a parlare con le stesse persone che hanno vissuto con me una bella esperienza sportiva, che invece, che di basket, mi raccontano di essere nascosti nella metropolitana, nel sottosuolo. In Ucraina poi ho un pezzo della mia famiglia, quella di mia moglie, che vive a Leopoli, una città stupenda, con un grande teatro. Quelle persone che ho incontrato nei palazzetti, oggi vivono nel tentativo di sopravvivere giorno dopo giorno, di scappare, lasciando andar via le donne e i bambini pur di salvarli. Loro rimangono. Il sentimento è quello di paura, di incertezza. Penso a quelle palestre costruite con grandi finestre in cui allenavo, con quei bellissimi parquet, a quelle persone che non capivo e con cui ci siamo compresi con il linguaggio comune della pallacanestro. Non mi spiego come sia possibile che quei luoghi siano stati cancellati dalla decisione di spedirci sopra una bomba, un razzo, un missile. Penso alle persone che non ci sono più e questo mi devasta l’animo giorno dopo giorno».
Michele Morabito
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