La protesta
Dall’inferno di Mariupol alla salvezza al Forte: «Vi racconitamo la nostra fuga tra bombe, macerie e dolore»
Olga, la figlia e i due nipoti adesso sono in salvo in Versilia: «La guerra? Giorni al buio vissuti in una cantina. Poi un viaggio in mezzo alla distruzione»
FORTE. Mariupol-Forte dei Marmi: 2812 km per sfuggire all’inferno. Un viaggio doloroso che Olga, 64 anni, sua figlia Valentina, 33, e i figli di quest’ultima Arsenii di 9 e Artem, 5, hanno compiuto per mettersi in salvo. Sono arrivati a Forte dei Marmi l’altra sera con un pullman della Croce Rossa, grazie a una catena di generosità di un imprenditore (Riccardo Barthel), del Comune, di Antonio Giannelli di Colors for Peace e della Fondazione Kennedy. È Valentina, che con le lacrime agli occhi, prova a mettere assieme i ricordi dell’ultimo mese, il peggiore della loro vita.
Valentina a Mariupol era un’insegnante universitaria, sua mamma Olga aveva un piccolo commercio alimentare. Ora hanno solo ricordi, il dolore, e lo strazio di un marito e di un padre lontani. «Già il 24 febbraio nel nostro quartiere erano iniziati gli attacchi e il 25 è stata colpita una scuola vicino a noi. Da allora siamo scesi negli scantinati. Ora dopo ora venivano colpite postazioni militari, palazzi, asili, scuole. Non ci volevamo credere, tutto attorno a noi era distrutto. Ma non pensavamo di andare via. Solo il primo marzo abbiamo capito che gli attacchi non si sarebbero fermati e che era necessario scappare. Fuori c’erano ancora le connessioni internet e telefoniche e ci rendevamo perfettamente conto che uscire non sarebbe stato sicuro, anzi saremmo stati colpiti. Il 4 è finita anche l’acqua e poco dopo siamo rimasti senza cibo. In quei giorni – va avanti – ci siamo spostati di casa in casa, dai parenti, ci dicevano di fuggire, anche se i militari ucraini lo sconsigliavano visti i rischi».
Come vivevano i bambini questa tragedia?
«Chiusi e al buio. Solo gli uomini uscivano dalle cantine per fare un po’ di fuoco. Meno male che avevo le candele e così ho iniziato a distrarli leggendogli dei libri di viaggi e chiedendogli di immaginare questi luoghi, e spesso si addormentavano. Il 14, poi, un missile è caduto vicino a noi provocando una buca di oltre 35 metri e allora ci siamo decisi. Il giorno dopo siamo riusciti a unirci a una colonna di auto e nonostante le scritte “bambini”, i militari russi sparavano. Il rischio era altissimo, ma capivamo che restare sarebbe stata la fine: la casa una prigione senza uscita».
Cosa avete portato con voi?
«Solo i documenti e qualche coperta perché non sapevamo dove ci saremmo fermati la notte, e in quei giorni faceva molto freddo. L’auto fortunatamente aveva del gasolio e così siamo arrivati a un primo check-point che era abbandonato dai nostri e dai russi, ma qualcuno si è reso conto che era un trappola perché la strada che lo attraversava era minata. Così abbiamo tagliato per i campi gelati; se avesse piovuto o fosse stato più caldo non saremmo riusciti ad andare oltre. Non avevamo una vera direzione, ma alla fine abbiamo raggiunto Zaporižžja, dopo aver vagato per oltre dieci ore. Tenete presente che normalmente da Mariupol ci si va in meno di quattro ore».
Quali ricordi portate con voi di quei momenti?
«Passando per la campagna – continua Valentina – abbiamo visto molti paesi dove sventolavano già le bandiere russe e lì, forse per la prima volta, abbiamo compreso le dimensioni del disastro e che avevamo fatto bene a uscire da Mariupol. A Zaporižžja siamo stati accolti in un centro umanitario, e lì dopo tanti giorni abbiamo potuto finalmente riposare, mangiare, lavarci. Lì abbiamo trovato anche persone che conoscevamo e per la prima volta è emersa la possibilità di venire in Italia, ma non volevamo abbandonare il nostro paese. Il giorno dopo abbiamo raggiunto Poltava, dove abbiamo dovuto separarci dagli uomini, e con un bus in 16 ore abbiamo poi raggiunto Leopoli e dopo due giorni il confine polacco. Poi ci hanno comunicato che in due giorni saremmo arrivati in Toscana».
Suo figlio domani andrà a scuola in Vaiana, sarà un primo voltar pagina?
«Non lo so perché non sappiamo in realtà nulla del nostro futuro». E a nulla valgono le rassicurazioni dei nuovi amici italiani. E il pensiero corre al Mare d’Azov su cui si affaccia quello che resta della sua città: «Servirebbe una no-fly-zone perché Mariupol si potrà ricostruire, ma le persone che stanno morendo no!».
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