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Dall'Ucraina alla Versilia, i profughi in salvo dalla guerra: il viaggio, le testimonianze, i racconti - Il video
Palloncini colorati, dolci, fiori, sorrisi e gli immancabili telefonini sollevati al cielo. Pietrasanta ha accolto al terminal, i 28 profughi che dal confine con la Romania, grazie all’autobus dei fratelli Verona
PIETRASANTA. Palloncini colorati, dolci, fiori, sorrisi e gli immancabili telefonini sollevati al cielo da chi, nell’attesa dell’arrivo del bus, è alla ricerca dell’istantanea ideale. Del momento da condividere. Ma in realtà da condividere c’è ben poco, se non una profonda tristezza, quando alle 17 di ieri, Pietrasanta accoglie, dalle parti del terminal bus, i 28 profughi che dal confine con la Romania, grazie all’autobus dei fratelli Verona, hanno raggiunto la Versilia. Bambini, mamme, donne anziane: occhi stropicciati dal sonno, sorrisi accennati, fanno qualche passo incontro alle decine di persone che sono venute qui, in questo scorcio caotico della città, a dare un saluto, una testimonianza.Un abbraccio sincero. I più piccoli si fanno ingolosire dai lecca-lecca, prendono in mano i palloncini, ridono con il cuore. Poi tornano a nascondersi dietro le mamme, celando ulteriori sguardi. «Dall’oggi al domani hanno dovuto lasciare tutto: affetti, proprietà, ricordi.
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In un sacco hanno messo poche cose, dirigendosi verso il confine, inseguiti dai boati delle bombe, dal dolore lacerante di un marito o di un padre rimasto sul fronte. Eppure hanno una dignità, una forza e una solidarietà fra loro che ha dell’incredibile. Hanno messo le loro vite nelle nostre mani. Ma questo è solo l’inizio», dice don Roberto Buratti che insieme a Piero Verona e ad altre sie persone ha dato sostanza a un lungo e complicato viaggio della speranza. Ad accogliere i profughi ci sono il sindaco Alberto Giovannetti, l’assessore Francesca Bresciani, il presidente del Comitato gemellaggi Daniela Zalcetti, il presidente della Fondazione Versiliana Alfredo Benedetti: poche parole e niente più. Giusto cosi: non è tempo né di parate e né di ostentare. Anche perché bisogna già pensare alla sistemazione per la notte: le 28 persone sono infatti attese all’hotel Pineta a Mare di Lido di Camaiore. Ma non resteranno in Versilia.
«Con ogni probabilità - precisa Verona - saranno accolti in una struttura a Gubbio, intitolata a Dario Fo e Franca Rame: vogliono stare insieme. E mi sembra normale che sia così. Durante il viaggio abbiamo accompagnato altri profughi in varie città dove ad aspettarli c’erano parenti, amici. Purtroppo qualcuno, che alla fine ha deciso di non unirsi a noi, ha un’idea non bella dell’Italia: temono per l’assistenza ai loro bambini, hanno sentito dire che rischiano, da rifugiati di guerra, di non potere tornare più indietro, temono di non essere accolti come in altri posti d’Europa, vedi Germania. E mi piange il cuore non essere riuscito a convincere queste mamme, a rassicurarle. Molte famiglie versiliesi e anche diversi alberghi si sono messi a disposizione: questo viaggio è però una tappa, la guerra, purtroppo, continua». Nel frattempo il Concerto per la pace ha portato in dote 3. 723 euro per i profughi arrivati in Versilia. Mentre lunedì prossimo, sempre alla volta di Sacueni, al confine fra Romania e Ucraina, partirà un tir con viveri, medicinali e vestiario donato dalla comunità.
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LA MANAGER
Sorride Maria, 27 anni, manager nel settore della comunicazione. Sorride e ringrazia mentre intorno fanno da cornice palloncini, abbracci accennati e caramelle donate ai più piccoli. «Quello che avete fatto per noi, quello che state facendo per noi ucraini è bellissimo: ve ne saremo per sempre grati. E Piero Verona e tutti gli altri sono stati straordinari». Ma il sorriso cela disperazione nell’animo. «A pochi km da Kiev, la mia città - dice - le bombe stanno facendo morti, feriti, dolore. Non c’è l’elettricità, non c’è il riscaldamento. Camminare per strada è un rischio. Non so quando tornerò in Ucraina, ma presto o tardi lo farò: è la mia terra».
ANN E LA NONNA
Lo sguardo di Ann, 17 anni, è come spento. Ha poca voglia di parlare, di guardarsi intorno. E non potrebbe essere altrimenti. Accanto a lei la nonna, Ann Maria.«Mamma e babbo sono rimasti in Ucraina. Non so come finirà. Non so quando potrò rivederli. Fino a poche settimane fa studiavo architettura, poi è tutto cambiato. Siamo scappate da Kiev, intorno alla città scoppiavano le bombe. Sparavano. Dolore, paura. Terribile. Abbiamo deciso di venire in Italia - sussurra Ann -, ma la nostra vita, i nostri pensieri sono per l’Ucraina. E per i nostri cari».
LA LAVORATRICE STAGIONALE
Era tornata in Ucraina per una breve vacanza, Helen: il tempo di abbracciare parenti e amici prima di essere travolta, come il suo popolo, dalla guerra. «Per 10 giorni ci siamo nascosti in un rifugio. In una pausa dei bombardamenti abbiamo attraversato il ponte di Nikolaev - racconta in un italiano fluente - con il terrore di essere colpiti da un momento all’altro. Ci sono volute 30 ore per raggiungere il confine con la Romania. Sono riuscita a portare mia nipote Helena, qui in Italia e anche il nostro cane. Tutto il resto della famiglia è rimasto là. Nei prossimi giorni ricomincerò col mio lavoro stagionale a Bolzano, ma il cuore è rimasto là».
L'ORGANIZZATORE
Ha il volto stanco Piero Verona: oltre 3 mila km percorsi in 4 giorni di viaggio per portare viveri e vestiario al confine con l’Ucraina e poi ripartire con una quarantina di profughi, accolti sul bus, in fuga dalla guerra. «Non abbiamo fatto niente di straordinario. Avremmo voluto fare di più, ma è tutto così complicato e doloroso. Ci sono mamme con i figli che varcano il confine, ma poi restano lì, sulla linea di frontiera indecise fra andare oltre o fermarsi nella speranza di potere tornare indietro. Verso le loro case, i loro mariti. Ma la guerra sta cacciando un popolo dalla loro terra. È terribile, come è terribile ogni guerra».
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