Gioco
Pietrasanta, il Maestro artigiano che plasma il marmo: gli ottant’anni di Franco Cervietti
Il laboratorio simbolo della Piccola Atene della Versilia: una vita al fianco dei grandi artisti: «Se mi volto indietro vedo una vita di lavoro e di soddisfazioni, momenti belli, ma anche difficili. Sta a noi, anche se può non piacere, adattarsi»
PIETRASANTA. «Artista? No, non avevo la stoffa per fare l’artista: io sono un artigiano». È come un sussurro o una sorta di manta, quello che Franco Cervietti lascia lì, a sibilare perentorio, a chiosa di una lunga chiacchierata sullo sfondo del laboratorio di famiglia all’ex Portone di Pietrasanta. Laboratorio che è un po’ il racconto di una vita: sculture, modelli, calchi, un’ampia ritrattistica di poeti, musicisti, personaggi storici. Cervietti nel varcare la soglia degli 80 anni - li festeggia oggi - osserva il tutto con disincanto, con quel sorriso in dissolvenza che cela in simbiosi gentilezza e praticità.
«Se mi volto indietro cosa vedo? Una vita di lavoro e di soddisfazioni, momenti belli, ma anche difficili. Alla fine tutto si evolve: sta a noi, anche se può non piacere, adattarsi».Nel suo ufficio, al muro, ci sono in ordine sparso foto che testimoniano la centralità di questo artigiano nel progetto spontaneo di crescita della Piccola Atene che fu. Le istantanee, giusto per citarne alcune, con Fernando Botero, Jeff Koons, Igor Mitoraj, Marc Quinn, Gina Lollobrigida, Giuliano Vangi, Helmut Newton, Luigi Ontani, Niki de Saint Phalle, sono oramai nebulizzate dal divenire del tempo, ma lasciano ancora in scia un alone che trasuda storia. E bellezza.
«Non sono affatto un nostalgico: certo i tempi sospesi fra gli anni ’70 e ’80 quando alla fine della giornata di lavoro, tutti impolverati e stanchi ci ritrovavamo, artisti e artigiani - e mi creda, ce n’erano tanti di artigiani straordinari - per bere del vino e fare merenda dalle parti del Cro di Porta a Lucca, al Michelangelo o dal Macchiarini non torneranno più: era un’altra Pietrasanta, un altro modo di essere in scia alla vita. Oggi quando mi affaccio dalla finestra di casa mia, nel cuore del centro storico, vedo tavoli e tavoli di commensali ai ristoranti, gallerie d’arte, una movida frenetica. Qualche decennio fa, per mangiare fuori se non apriva il Susini ti toccava uscire dal centro. Ma la mia è un’osservazione: non giudico e non dico che ai miei tempi era più bello. Va così. Punto. Anche se ovviamente io sono ancorato a quel modo di vivere e lavorare. È come per le mostre nel centro storico: apprezzo il moderno, ma amo le opere classiche. Però se decidono così, ne prendo atto, che devo fare o dire?» .
La prima volta «che entrai in un laboratorio, quello di Santoli-Rovai in via del Crocialetto, avevo 15 anni: era il 1957. Ovviamente - ricorda Cervietti - da apprendista, all’ombra di mio padre Danilo che era molto apprezzato per le sue doti nell’assemblare. Ci sono stato cinque anni. Poi babbo Danilo aprì un buchetto là dove c’era il mercato comunale e poco tempo dopo ci trasferimmo in via Sant’Agostino: e lì è nato tutto. Quarant’anni che hanno radicalmente trasformato, nel tempo, le nostre vite. Di mio padre, del sottoscritto, di mio fratello Moreno, che è socio della ditta mentre Sergio, l’altro fratello, insegna all’Accademia. Oggi mestiere e segreti li ho tramandati ai miei figli Hayato e Hideki: è il loro tempo, anche se io sono sempre qui, nel laboratorio. Tutti i giorni con la stessa passione».
«Quando siamo diventati i "Cervietti" del marmo? I primi anni furono durissimi; poco lavoro, tanti costi. Poi arrivarono i primi clienti giapponesi: facevo avanti e indietro con il Giappone. Osservavano, chiedevano, facevo esibizioni. In uno di questi viaggi ho conosciuto quella che poi è diventata mia moglie: Hisayo. Dopo i giapponesi, gli americani e così via, con il passaparola, tutti gli altri. Un cliente ci chiese una copia del David: ne facemmo, alla fine, sei. Nel frattempo cominciai ad acquistare modelli: oggi ne ho 2500. Sono figure rinascimentali, greco-romane, Papi. Un tesoro di cui vado orgoglioso. Gli artisti? Allo sfiorire degli anni Settanta in molti già bazzicavano Pietrasanta. Si affacciarono Botero, Koons, Quinn, Folon, Vangi, anche Gianni Versace per una serie di oggetti per la sua casa di moda. Dai blocchi trasportati con i carri trascinati con buoi e cavalli fino ai piccoli laboratori eravamo già passati ai mezzi motorizzati: come ho detto, tutto si evolve. Con l’artista di turno, conosciuto o meno, si condivideva il lavoro, ogni passaggio dell’opera commissionata».
«Botero? Abbiamo avuto sempre un ottimo rapporto: arrivava con i suoi modellini, ci confrontavamo, ci diceva come fare. E noi ci mettevamo il nostro. Prima abitava e viveva Pietrasanta, oggi lo vedo più raramente, sta altrove». Poi un giorno, in via Sant’Agostino, bussò Jeff Koons con Ilona Staller o Cicciolina che dir si voglia. «Un grande talento, Koons: le sue opere - continua Cervietti - valgono milioni. Era curioso, attento, ci diceva come fare. Lei, Ilona, sorrideva: gentile, simpatica, chiacchierava un po’ con tutti e allora lui si faceva scorbutico. È stato un piacere lavorare con Koons. La sua presenza ha dato tanto, in particolare dal punto di vista mediatico, a Pietrasanta».
Il trasloco del laboratorio da via Sant’Agostino all’ex Portone, fu la fine di un legame. E forse di un certo modo di lavorare e di vivere l’arte della Piccola Atene. «Non potevamo fare altrimenti: non c’erano più gli spazi, veniva meno la sicurezza, impossibile programmare. Quello che invece riusciamo a fare qui al Portone: forse è tutto meno romantico - ammette Cervietti - anzi, sicuramente lo è, ma è stato un trasloco obbligato. Anche se Botero non ne voleva sapere, "ma dove vai - mi diceva - il nostro posto è qui". Alla fine si convinse anche lui della bontà della decisione».Cervietti va però oltre il pessimismo diffuso di chi vede l’artigianato a Pietrasanta sempre più destinato al declino. «Una volta gli addetti erano tantissimi, oggi sono molto meno: cambia il mondo, calano le richieste - anche se in fondo durante il Covid abbiamo incrementato il lavoro - ma di giovani in gamba, sia pure non tanti, ce ne sono. Se i macchinari stanno sostituendo il lavoro manuale? No, le macchine aiutano, supportano, ma in certe fasi della lavorazione artistica del marmo resta centrale il nostro ruolo. E così sarà per sempre».
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