Il Tirreno

Versilia

IL SOPRAVVISSUTO ALL’ECCIDIO PARLA ALLA SCUOLA DI CAPEZZANO

La lezione di Enio: ragazzi con l’odio non si costruisce

Cristina Bulgheri
Enio Mancini tra gli studenti
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Enio Mancini tra gli studenti

«Fatevi raccontare la storia dai nonni per evitare di ripetere gli errori»

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Avvolge il filo della storia, quella con la S maiuscola che si è intrecciata alla sua storia personale Enio Mancini - uno degli ultimi testimoni dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema consumatosi il 12 agosto 1944 - e, di fronte agli alunni della scuola media Rosso di San Secondo di Capezzano collegati dalle loro classi, "fa memoria". Memoria dei passaggi salienti della seconda guerra mondiale, di quell’Italia divisa in due tra squadre repubblichine e gruppi partigiani all’indomani dell’8 settembre, degli scontri consumati sulle Apuane, diventate in quell’estate 1944 un campo di battaglia. Preciso, seguendo i fotogrammi di un film che scorrono nella sua mente da anni e che chissà quante volte ha rivisto, riavvolgendo la pellicola, per poi riavviarla e soffermarsi su un volto, su un particolare, su un angolo della sua Sant’Anna, straziata dalla furia nazista.

«Con i miei amichetti, correvamo sul poggio al rumore degli aerei - ricorda inseguendo i ricordi di quel bambino che allora aveva appena sei anni e non aveva percezione del pericolo imminente - li seguivamo con lo sguardo, li osservavamo sganciare le bombe sulla costa, come se fosse un gioco. Mai avrei immaginato cosa sarebbe accaduto di lì a poco». Del resto Sant’Anna sembrava dover essere un rifugio sicuro. «Arrivavano dalle città intorno, famiglie intere - racconta Mancini ai ragazzi che lo ascoltano con un’attenzione rispettosa - anche a casa nostra vennero otto persone e da cinque che eravamo diventammo tredici: oggi si direbbe una famiglia allargata. I nostri ospiti portarono un bel po’ di provviste e noi eravamo felici. In quei momenti non era facile mettere a tacere la fame. La farina era finita, potevamo usare solo quella di castagne e potevamo contare sul latte della mucca e poco altro. Forse è per questo che nella mia vita ho sempre mangiato tanto: mi deve essere rimasta una fame atavica da allora».

Ci scherza su Enio, alleggerendo con qualche battuta il suo racconto: sa che sta parlando con ragazzini, sa come approcciarli. Da che ha cominciato nel 1990 a intraprendere la strada della testimonianza, ha incontrato migliaia di alunni, piccoli e grandi, accogliendoli al Museo e Parco nazionale della Pace o visitando le scuole per accompagnarli in questo viaggio nella memoria. Omette particolari che possono turbarli, ma il suo narrare in prima persona arriva diretto: "Quella mattina del 12 agosto ci svegliò il babbo dicendo, dopo quanto era successo a Farnocchia dove erano state bruciate tutte le case, di radunare la biancheria e tutto quello che riuscivamo a prendere, per portarlo fuori. La nonna - ricorda Mancini - tolse le pecore, io e mio fratello ancora in pigiama, cominciammo a prendere le lenzuola, i vestiti, fino a quando bussarono alla porta, che avevamo chiuso per sicurezza e non avendo risposta, la sfondarono. Erano i soldati tedeschi: alzammo le mani ed eseguendo gli ordini ci incamminammo a piedi scalzi verso Valdicastello».

I video e le letture fatte per prepararsi all’incontro non sono niente di fronte alle parole di Mancini. Sembra di esserci in quei boschi, tra i castagni, sembra di sentire i lamenti degli anziani affaticati e dei bambini che si bucavano i piedi sui ricci dei castagni. Sembra di provarla quella paura di essere scoperti e catturati. Invece... il "miracolo di Sant’Anna": il giovane soldato tedesco che non esegue gli ordini dei superiori, che - rischiando la propria vita per salvare quelle persone - scarica i colpi di fucile in aria: «Ho avuto paura che ci sparasse addosso e invece ha scelto di salvarci». Così Enio, la sua famiglia e altri compagni si sono salvati all’eccidio: per la scelta controcorrente di un soldato tedesco. «L’ho cercato per tutta la vita per ringraziarlo: ho trovato un nipote e l’ho abbracciato». Così come per anni Mancini ha cercato e rivendicato giustizia per le 560 vittime che hanno avuto un destino diverso dal suo. Odio? Rancore? Perdono? Senso di colpa? Le domande dei ragazzi vanno a scandagliare l’animo e i sentimenti di un uomo che per tanto tempo non si è liberato dell’odore di carne bruciata respirato a Sant’Anna, delle urla degli uomini tornati dai boschi che non hanno più trovato mogli e figli, del volto degli amichetti con cui fino alla sera prima aveva giocato. Gli incubi notturni, le paure, i ricordi spietati che per troppe notti hanno bussato alla sua testa. Eppure se ha una certezza è che «l’odio ragazzi non porta niente di buono, con l’odio non si costruisce niente. Non ho passato questi anni a odiare ma a lottare per rendere giustizia a tutti quelli che hanno perso la vita a Sant’Anna».

Ha raccontato del processo in Italia, della condanna all’ergastolo dei dieci tedeschi ritenuti responsabili della strage di Sant’Anna, del processo negato dalle autorità giudiziarie tedesche, delle onorificenze e dei riconoscimenti ricevuti dal Parlamento tedesco. Ha parlato ai ragazzi dell’importanza della democrazia, dell’importanza del voto del 1946 dove l’Italia scelse di essere una Repubblica e oggi che i grandi elettori sono alle prese con la scelta del nuovo Presidente afferma: «Ne ho visti tanti ma quello che più ho amato è stato il liviornese Carlo Azeglio Ciampi: è grazie alla sua volontà che oggi Sant’Anna ha il Parco e il Museo della Pace». Chi vedrebbe al Quirinale? «Non saprei, nomi ne hanno tirati fuori tanti, forse troppi. Posso solo dire che non toglierei Draghi dal governo». E chiude l’incontro con una doppia raccomandazione: «Ragazzi, sappiate apprezzare la pace, la democrazia, la libertà. E finché potete fate parlare i vostri nonni, fatevi raccontare gli avvenimenti della storia perché possiate essere consapevoli del fatto che certi errori non debbano essere ripetuti. Come diceva Primo Levi, il fatto che un episodio sia successo una volta non significa che non possa riaccadere. Ecco perché far memoria è stato per me il viatico della mia vita. All’inizio è stato faticoso: quando parlavo mi interrompevo, mi commuovevo poi ha prevalso la volontà di rendere un tributo a quelli che non ce l’hanno fatta». Quando la Storia entra nelle aule non in forma di pagina, ma di persona. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web