Attenzione
Quel razzismo in America che c’era una volta (e c’è ancora)
Una donna nera incatenata e la Statua della libertà: Jacopo Allegrucci sceglie un tema di grande impegno
Simone Pierotti
Viareggio. I riflettori dei mezzi d’informazione mainstream s’erano un po’ spenti, sul movimento Black Lives Matter e le proteste scaturite dallo sdegno per la crudele morte di George Flyod a Minneapolis. Poi ci ha pensato lo sport a rimettere il focus sulla questione, tra le polemiche sugli azzurri agli Europei di calcio – s’inginocchiano? Non s’inginocchiano? – e la Nba, l’eldorado del basket mondiale, che ha concesso ai giocatori di scendere in campo con scritte inneggianti alla giustizia sociale sulle canotte. Ed è (anche) per questo che, a distanza di mesi, non ha perso mordente il messaggio di C’era una volta in America, la costruzione con cui Jacopo Allegrucci gareggia in prima categoria.
IL TEMA
Quando il carrista ha assistito, un anno e qualche mese fa, alle scene che arrivavano da Minneapolis e da mezza America dopo l’omicidio di George Floyd, non ha dovuto almanaccare granché sul soggetto per la sua nuova creatura: «Era attuale prima, lo è tuttora – spiega Allegrucci – anzi, vorrei che tra qualche anno non lo fosse più. Ma temo che la mia sia una speranza vana».
Figuriamoci: era il 1965 quando centinaia di attivisti afroamericani marciarono da Selma a Montgomery, in Alabama, per rivendicare il diritto di voto. E l’anno successivo i Texas Miners divennero la prima squadra di basket a giocare una finale Ncaa, e a vincerla, con un quintetto base formato interamente da giocatori neri. Una questione che si trascina da anni.
A febbraio, quando il Carnevale sarebbe dovuto andare regolarmente in scena, il ricordo della vicenda di George Floyd era certamente più fresco – e di lì a un paio di mesi si sarebbe tenuto il processo a Derek Chauvin, il poliziotto che l’ha soffocato. «Ma poi quest’estate, fra Europei e finali Nba, l’argomento è tornato ad essere attuale», ricorda Allegrucci.
IL CARRO
Tutto ruota attorno a due concetti antitetici, la libertà e la prigionia, sintetizzati nell’immagine esplicita di una donna afroamericana incatenata a terra a una bandiera a stelle e strisce: indossa la tipica tuta arancione dei carcerati Usa ma sul capo sfoggia al contempo il diadema e la corona a sette punte della Statua della Libertà. Alle sue spalle svetta una quinta di grattacieli che, grazie a una serie di movimenti, lasceranno posto a un cielo azzurro nel quale si librerà in volo un centinaio di farfalle. «Ci saranno due momenti ben distinti - prosegue Allegrucci - inizialmente la donna sarà inginocchiata e incapace di muoversi, poi si alzerà fino a togliersi le catene che le legano le braccia».
Anche la coreografia seguirà la narrazione del carro e i figuranti avranno due diversi costumi – le donne da carcerate, gli uomini da secondini con le sembianze di Terminator e il giubbotto di pelle, tutti con la mascherina d’ordinanza sul naso «che non sarà anonima, ma riprenderà il trucco sul volto».
Nella colonna sonora non potevano certo mancare le arie composte da Ennio Morricone proprio per il film di Sergio Leone che dà il titolo all’opera di Allegrucci («Accompagneranno il momento più intenso, quello in cui la donna sta per liberarsi»), ma anche un po’ del repertorio di Michael Jackson e canzoni da discomusic anni Ottanta e Novanta «per lanciare un messaggio di speranza: la figura centrale non si scrolla del tutto di dosso le catene, ma comunque si rialza. E anche i guardiani-Terminator porteranno delle farfalle in cartapesta».
Ma sì: volendo scomodare la frase promozionale de “Le ali della libertà”, la paura può tenerti prigioniero, la speranza può renderti libero. E di speranza – con la ‘s’ minuscola, of course… - ne abbiamo infinitamente bisogno, adesso. E non solo per i diritti civili della comunità afroamericana.
(1 - continua)
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