Tosi, addio alla Serie A di volley: «Muro allo stress, torno alle origini»
Federico Tosi, 29 anni, chiude così la carriera tra i professionisti dopo 12 stagioni: giocherà nei dilettanti. I motivi della decisione
Dopo 12 stagioni Federico Tosi dice addio al gotha del volley e lo fa lasciando la Superlega dalle sue pagine social, dimostrando coraggio e consapevolezza. «Mi sono sempre chiesto come si fa a capire quando sia arrivato il momento giusto per smettere ed ho capito che non esiste un momento giusto per dire basta. Per me è arrivato quel momento, il momento di salutare quella serie A che tanto ho sognato da bambino quando con la famiglia andavamo a Volleyland per le finali di Coppa Italia, e non sapevo che qualche anno dopo ne avrei fatto parte da giocatore, prima in A2 e poi in Superlega o addirittura che avrei partecipato alla finale di Champions League».
Queste le parole con cui Tosi, 29 anni, ha annunciato il ritiro sui social. Federico nelle ultime due stagioni, complice il riacutizzarsi di un infortunio che lo aveva visto rescindere il contratto di Latina anzitempo e la pandemia si era avvicinato a casa disputando a Calci la sua ultima stagione in A e scegliendo poi il progetto di Pontedera in B, tornando schiacciatore. «È stata una scelta difficilissima – dice – perché ho dedicato gran parte della vita alla pallavolo e lasciare è stato e sarà duro. Ma quando ho rifiutato le offerte dalla serie A, ho capito che era il momento giusto, le motivazioni per ricominciare non c’erano più, adesso le priorità sono altre».
Quanto ha influito la vicinanza a casa di questi ultimi due anni?
«È stato importante. Avevo scelto Pontedera per ritrovare divertimento e un po’ di spazi, per ricaricare le pile, per poi ritornare a girare l’Italia per giocare a pallavolo. In realtà ho capito che stavo meglio qui, che riuscivo a dedicare tempo alla famiglia condividendo aspetti come non succedeva da quando avevo 16 anni. Stando qui d’inverno ho capito che ci sono tante cose, tanti momenti che mi mancavano e a cui adesso tengo maggiormente rispetto a quelli della pallavolo».
Nel suo post ha parlato di burnout: le va di spiegarci in cosa consiste e come ne è uscito?
«Il burnout è una cosa semplice e al tempo stesso complicata. L’anno di Latina ho avuto questa sorta di blocco, avevo il rigetto per quello che facevo. Succede molto spesso e grazie a Elena Di Chiara (una psicologa dello sport, ndr) sono riuscito a superarlo, iniziando un percorso, analizzandomi e analizzando tutta la situazione, capendo che non era un blocco nei confronti della pallavolo, ma che avevo dato veramente fondo a tutte le energie. Praticamente mi totalizzavo per la pallavolo e quando scendevo in campo era forse il momento più tranquillo della giornata. Per il resto invece non vivevo bene e alla lunga non sono più riuscito a vedere con chiarezza quello che stavo facendo.
E poi?
«Il percorso intrapreso mi ha riportato in campo in serie A con Calci, poi ci si è messo di mezzo anche il Covid. L’aiuto di uno specialista è stato fondamentale, mi ha aiutato a vedere la situazione a 360 gradi e ho fatto un po’ di pace col cervello. La salute mentale degli atleti è ancora un tabù, ma siamo umani, siamo persone con le proprie sofferenze e difficoltà, il nostro sembra un mondo patinato, ma in realtà è un mondo sì molto bello ma che ti crea tante difficoltà. Sarebbe importante affidarsi a figure professionali prima di entrare in crisi perché possono insegnare a gestire i momenti difficili. Succede spesso ai campionissimi di bloccarsi e ripartire, ne abbiamo esempi molto freschi delle olimpiadi».
Come sta adesso?
«Ora mi sento bene, sollevato. Ho messo la pallavolo al giusto posto. Un posto importantissimo. Ora starò con la famiglia e lavorerò nell’azienda di famiglia: ho scoperto che mi piace e voglio cercare di imparare da chi c’è da più tempo, mettendomi a disposizione come si fa in una squadra. Non lascio la pallavolo, ma il professionismo».
Quindi la vedremo di nuovo in campo?
«Molto probabilmente quest’anno mi metterò in gioco all’Unione pallavolo camaiorese dove sono cresciuto. È anche una cosa un po’ romantica, visto che ci sono molti giovani che iniziano questo percorso e a cui posso dare il mio contributo».
Cosa le mancherà di più della serie A?
«Tante cose, ma sicuramente il gruppo, perché in serie A vivi con le persone. Mi mancherà l’adrenalina delle partite importanti e i palazzetti pieni. I grandi palcoscenici ti chiedono tanto, ma ti danno anche tantissimo in cambio. Mi mancherà anche il poter stare accanto ai campioni. Ma sono tutte cose che avendole vissute ed elaborate in questo momento fanno parte di me».
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