Il dolore
Capovilla tra Pasolini e Majakovskij «Io, salvato dal rock e dalla poesia»
Sul palcoscenico di Trame il musicista lombardo proporrà una lettura scenica di “La religione del mio tempo”
cristina bulgheri
L’incontro fatale con la musica è avvenuto a vent’anni: una folgorazione che lo ha travolto e che ha disegnato il suo futuro. Da allora, Pierpaolo Capovilla, lombardo, classe 1968, origini (come lui stesso sottolinea) “umilissime”, di strada – con la sua voce ed il suo basso – ne ha percorsa assai, tracciando un solco nel panorama musicale italiano fino a ritagliarsi un ruolo autorevole nel panorama del rock indipendente e guadagnarsi l’etichetta di “intellettuale rock”. Sempre pronto a intraprendere nuove vie ed esperienze, ad aprire porte, chiuderle e riaprirle, per affrontare nuove avventure. Come quelle con le band: nel 1996 dà vita agli One Dimensional Band, gruppo che abbandona nel 2005 per fondare il Teatro degli Orrori, per poi ricostituire la precedente formazione e dedicarsi al teatro, dopo passaggi anche sul grande schermo (ad esempio il film I primi della lista di Roan Johnson).
A 20 anni l’incontro con la musica. Una folgorazione? Un colpo di fulmine?
«Sì, credo proprio di poter dire che la musica, come l’istruzione, alcuni insegnanti all’università ed altri educatori, mi hanno salvato la vita. E soprattutto la mania del rock».
Da dove arriva questa passione?
«Dall’incontro con i maggiori interpreti della scuola statunitense dei primi anni Ottanta-Novanta. Potrei fare un elenco di nomi importanti, ma ciò che conta è quella era una musica straordinaria dal punto di vista narrativo, perché contiene poesia».
Ciò spiega i suoi spettacoli attuali, ovvero i reading delle opere di mostri sacri della poesia, da Majakovskij a Pasolini…
«Proprio così. Fare rock e recitare poesia ha una sua coerenza: è una sorta di metateatro e io ho fondato e suonato a lungo in una band che si chiamava il Teatro degli Orrori. A differenziarli c’è solo il fatto che la poesia pretende l’enunciazione, altrimenti non ti tocca il cuore e non fa suonare le corde di chi legge e chi ascolta».
Perché Majakovskij e perché Pasolini?
«Majakovskij è un amore adolescenziale, maturato e cresciuto con me anche nell’età adulta. È un poeta che ancora adesso dà la spinta per puntare il dito contro l’ingiustizia e la diseguaglianza. I poeti russi sono stati sempre letti in pubblico sia che fosse nei salotti dei nobili o nelle fabbriche. Declamare l’opera di Majakovskij a piena voce è un modo per farlo ritornare qui e ora. Pasolini mi fu richiesto. In un primo momento risposi in maniera negativa, poi mi lasciai convincere. Ho ripreso in mano il poema La religione del mio tempo e ne sono rimasto sorpreso per la sua incredibile, straordinaria attualità. Pasolini ci racconta il male che è anche di questo tempo, annovera tutte le contraddizioni dell’uomo. Riflessioni e pensieri scritti oltre 60 anni fa, che hanno un valore ancora ai giorni nostri e che continuano a parlarci sotto tanti profili: dalla spiritualità, alla passione civile, dall’omosessualità alla politica».
Torniamo al rock italiano: ci sono voluti i Maneskin per far ritornare in vita un genere non sempre così popolare nella nostra tradizione musicale. Penso al cartello che hanno sollevato all’Eurovision con scritto “The rock is not died”.
«Auguro ai Maneskin di crescere e fare tanta strada, ma quello che faccio io è completamente diverso, è musica narrativa, è poesia, è come diceva Foucault “arte socratica di dire la verità di fronte al tiranno” con tutte le conseguenze che ne derivano. Non ci sono a mio avviso grandi esempi di cultura critica del rock oggi se non esperienze abbastanza di nicchia a Roma e a Milano. Il mainstream impone una cultura d’ascolto insufficiente».
Che cosa vorrebbe dire dinanzi al ‘tiranno’ in questo 2021?
«Che dobbiamo tornare a cantare: io ho un disperato bisogno del palco, di cantare e ascoltare bei concerti rock».
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