Gioco
Il dolore straziante della famiglia di Katia «Cosa abbiamo fatto di male per perderti?»
Ieri mattina i funerali della ragazza di trent’anni deceduta dopo il tampone positivo nella chiesa di Torre del Lago. La famiglia ora vuole verità
La cerimonia
«Perché? Cos’ho fatto di male per farmi portar via il mio gioiello? ». L’urlo straziante di Caterina, la madre di Katia Lamberti, lacera il tran tran impietoso del traffico lungo la via Aurelia, davanti alla chiesa di San Giuseppe a Torre del Lago. Abbracciati alla bara della figlia su cui spicca la sua foto sorridente, morta dopo aver compiuto appena trent’anni a causa del Covid (secondo quanto confermano i primi riscontri dell’autopsia svolta nei giorni scorsi dal medico legale incaricato dall’Asl Diana Bonuccelli), Caterina e Alfonso Lamberti non riescono a darsi pace.
Troppo grande il dolore da sopportare, troppo lo choc da smaltire per la scomparsa di una ragazza tanto giovane, a solo una manciata di giorni dalla prima dose di vaccino prenotata per la fine di agosto. Sul sagrato della chiesa dove ieri mattina si sono svolti i funerali, il feretro rimane per minuti interi: intorno alla folla – poco più di una cinquantina di persone – la vita prosegue tra auto, bus e scooter che impegnano uno degli incroci più trafficati della frazione. Ma è una quotidianità che stride con il silenzio di chi cerca senza riuscirci di trattenere le lacrime. Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi per trascinare via i genitori dalla bara. Nessuno osa neppure sondare lo strazio dei due coniugi che a Torre del Lago si sono stabiliti ormai da anni, dopo aver lasciato la Campania in favore della Toscana. Chiunque tra i presenti sa che non può dire né fare niente per alleviare la sofferenza. I più hanno già preso parte al lungo corteo – almeno una decina di auto – che ha scortato Katia dalla casa funeraria Ferrante nel quartiere Migliarina nell’ultimo giro in quelli che erano i suoi luoghi del cuore. La casa dove abitava, poi il viale a mare lungo la marina di Torre del Lago. Infine l’ultima sosta, a poco più di un chilometro di distanza prima di raggiungere la chiesa di San Giuseppe: davanti alla pizzeria “Regina di Cuori” , lungo viale Venezia. Un attimo straziante simboleggiato dall’unica rosa bianca lasciata su un tavolo, davanti a quel cancello chiuso dietro al quale sono rimasti congelati i sogni di Katia e di Emanuele Diez, il compagno 28enne con cui la giovane conviveva e insieme al quale gestiva il noto locale.
«È difficile oggi credere che la vita non finisca qui – ha commentato dal pulpito il parroco don Gilberto Filippi – soprattutto in un momento come questo, per i familiari, di fronte alla morte di una figlia giovane come Katia. Però dobbiamo cercare di sforzarci, di scorgere la speranza: trent’anni sono pochi, troppo pochi per morire. Ma se il conteggio degli anni per Katia si è fermato qui, da oggi dobbiamo aggiungere al fianco di questo numero la parola “eternità” ».
Durante la commossa omelia don Gilberto si è più volte rivolto con lo sguardo ai genitori della giovane che mai, per l’intera durata della celebrazione, si sono staccati dai piedi del feretro sormontato da rose rosse e contornato da fiori bianchi. Accarezzandolo, tremanti, nel loro ultimo saluto. La messa si è svolta rapida, concisa: non ha parlato la famiglia, che nel pomeriggio di martedì ha dato incarico all’avvocata aretina Lorenza Calvanese di occuparsi del caso per far luce sulla vicenda che ha portato alla morte della figlia; neppure Emanuele si è fatto avanti rimanendo alle spalle dei genitori della compagna, piangendo silenziosamente dietro alle lenti scure degli occhiali. Eppure nessuno tra le panche della chiesa è rimasto indifferente, neppure nello scortare la salma al cimitero di Torre del Lago. Di fronte alla perdita di una ragazza così giovane, nessuna parola avrebbe potuto lenire il dolore della famiglia. E a quel «perché? » gridato al cielo dalla madre di Katia almeno per adesso non può che rispondere il silenzio.
Gabriele Buffoni
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